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Cicalata su Gioia
Testi dell'avv. Walter Cianciusi  maggiori info autore

A Gioia quasi ci cadi sopra all'improvviso venendo con la macchina da Pescasseroli in un pomeriggio d'estate e sarà un brutto svegliarsi alla realtà della dimensione consueta di gente sulla strada, d'incroci di vie, di suoni di voci, di colori di case. Istintivamente assumi altro assetto di guida.
 
T'eri lasciato andare, pur attento alle curve, dalla lontana Pescasseroli, né t'aveva imposto il sospetto di dover mutare condotta il rapido attraversamento della desolata Gioia Vecchia. « Qui la natura è protetta », era scritto su un cartello, ma a ben considerare, il messaggio dovrebbe essere l'opposto: « Qui sei protetto dalla Natura », quella specie di Santa Pupa che ancora consente agli orsi di fare gli orsacchiotti, ai lupi di fare i lupetti alle aquile di fare gli aquilotti e a te finora consentiva di fare queste considerazioni, non proprio filosofiche, anzi semplici e riposanti, ambientate nel riposante verde dei boschi secolari che ti circondano, dei nuovi boschi che crescono su pendici pocanzi glabre, dei prati di fondovalle che rompono come bacili di laghi la più alta vegetazione circostante, nel bagliore di vecchi picchi e di nuovi specchi di frana, fra antichi dirupi e giovani alluvioniate che sai riconoscerle - e t'avevano quasi imposto di fermarti ad ogni svolta della strada, dove in realtà ogni volta ti sei fermato mentre la macchina, da sola, compiva il breve tratto fino alla prossima curva.
 
Poco più giù del bivio di Sperone, davvero, sul bordo destro della strada in curva, una sosta l'hai fatta, a guardare ancora una volta l'antico specchio di faglia d'uno sprofondamento cataclismatico che prosegue fin sopra a Gioia, s'ingolfa - giacché lo sai - nella pianura alluvionale che va verso il Fucino, riprende sulle rupi di Venere, sprofonda nel Fucino, riemerge e termina - nientemeno! alle Gole di Celano.
 
L'altro risveglio, e definitivo, l'hai avuto all'ingresso del viale lunghissimo che inizia con l'abitato e culmina sulla bella Piazza del Municipio, a tre lati contornata da decorosi palazzetti e nell'altro aperta sul Fucino, che contempli come da un balcone. Non è con gioia che ti risvegli, in un tardo pomeriggio d'estate, a Gioia dei Marsi. E invece, d'inverno volentieri, finalmente approdi a Gioia, ché l'esservi arrivato significa che ancora questa volta l'hai scampata, che il ghiaccio sull'asfalto non è riuscito a farti precipitare nei burroni sottostanti e che le curve a gomito le hai prese alla velocità giusta.
 
Anche ora, entrando a Gioia, assumi istintivamente un altro assetto di guida.
Ci vorrebbe un cartello: « Gioia dei Marsi, paese dei Signori ». Alfedena ce l'ha: « Alfedena, paese dei Dottori ». Altri paesi suppongo che lo abbiano: per esempio Anticoli Corrado, « paese delle modelle ». Non ho indagato sull'anfichità del casato della nobiltà locale: solo mi consta che a Gioia vi erano molte famíglie di Signori.
 
Le poche che stavano nel mio paesello di Collelongo (i Floridi, i Botticelli, i Vittorini, i Maussier) disponevano di landò, di stallieri, di maestro di musica e di danza, di governanti, di cuoche, di fattori e di amministratori; davano ricevimenti a signorotti dei paesi vicini, avevano casa o recapito in Napoli, Capitale del Regno. Immagino che anche qui a Gioia vi fosse un simile traffico.
Ma dev'essere un'idea sbagliata: neppure l'abitato di Gioia era, allora, in questo luogo in cui ora si trova. Addirittura non so vederlo, questo abitato di Gioia, perché tra Templo, Montagnano, Campomizzo, Manaforno, Speron d'asino, Gioia Vecchia e Gioia Nuova, non so dove sistemare i 180 fuochi del 1648 e i 168 del 1802.
 
Però i Signori c'erano: mi tornano in capo i nomi degli Alesi, degli Incarnati, degli lori, dei Mascitelli. Non so se e quali di tali famiglie fossero blasonate, ma certo tra esse non furono i titolari del feudo di Gioia dei Marsi, che appartenne, come ogni altro paese, in largo raggio, ai Conti di Celano, poi all'Abate di S. Maria della Vittoria di Scurcola Marsicana, ai Piccolomini-D'Aragona e, infine, agli Sforza-Cabrere-Bovadílle, ma non a Baroni autoctoni.
 
Di Gioia dovettero essere, invece, gli amministratori del feudo, come ce ne furono quasi in ogni paese, che si arricchirono riscuotendo le gabelle dovute al Barone e che all'eversíone della feudalità, se non prima, si trovarono nella condizione più adatta per acquistare gli averi dei loro amministrati.
Propendo a credere che la maggior parte dei « Signori » di Gioia fosse costituita da armentari, quali furono a Pescasseroli i Sipari e a Collelongo i Botticelli. (A questi ultimi i briganti, per vendetta o per avvertimento, sgozzarono tremila pecore in una sola notte, sui monti della Serralunga). Ed infatti mi dicono che i Signori di Gioia erano proprietari di latifondi in Puglia.
Storia di pecore, storia fossile, che un diluente da poco scoperto, cosparso sui costoní dei monti, ora discioglie e non sai se correre e recuperare i piccoli grumi di vello biancastro che qua e là vedi ancora brulicare o se lasciare che il diluente consumi anche quelli.
 
Storie di pecore, che furono veramente storie d'uomini miseri, quasi abbrutiti nella continua marcia da qui a Foggia, da li a Foggia, lungo quella specie di strade infernali che si chiamarono « tratturí », che gli storici rifiniti designano col nome sdrucciolo, velarizzato a dovere, di itinera callíum e che i poeti (oh, quante colpe hanno i poeti!) chiamano l'erba! fiume silente. Altroché! Storie d'uomini laceri, d'uomini malnutriti, d'uomini sporchi, d'uomini puzzolenti; storie d'uomini soli, di donne sole, d'uomini violenti e violentati, d'uomini pericolosi ed in continuo pericolo: questo nascente dal padrone, dal vergaro, dai briganti, dai lupi, dai ladri e dalle prostitute.
 
Storie di pecore e storie di nobili locali, cioè degli armentari, molti dei quali (se non proprio questi di Gioia) nella svendita - che a ricorsi storici se ne è fatta - acquistarono col pondus grave di forme di cacío antichi blasoni, veri ma consunti dalle oziose sregolatezze dei titolari. alla « Lanna » di Villavallelonga!) o dei valichi e dei passi, internate nei boschi già sacri, ai bordi di antiche sorgenti già sacre, dove al chiaro di luna s'erano viste danzare le ninfe libere sui prati, invigilate dal dio dei pastori brandente la clava.
 
Storie di briganti. E chi li insegue, tra la Terratta e il Marsicano, tra il Greco e le Mainarde, tra Schiena Cavallo e il Marcolano i briganti di questo Aspromonte? Chi trova Fra' Martino da Peschio (come Fra' Iacopone da Todi!) che - mi riferisce un amico avvocato - sequestrò trentatré signorotti di Gioia e fece consegnare alle rispettive dimore trentatré lobi d'orecchio, prima ricevuta, come d'acconto, di trecento ducati a persona o del residuo del capo dei trentatré sequestrati? Ma chi lo vuole cercare - se non per adularlo - il Capitan Ventresca, questo Michele Pezza in sedicesimo che si dice taglieggiasse, fra gli altri, i Signori di Gioia (tanto all'anno, a seconda che i raccolti fossero stati buoni o meno buoni, la stagione piovosa o siccitosa, il Lago in piena o in magra) per ridistribuire i proventi ai più miseri: una specie di Sant'Antonío con le panette, i cicerocchi e la panarda per chi aveva più fame?
Caso mai si cerca, anzi s'è cercato, in località « La Torre », dov'è che i banditi avessero riposto i « tesori » ma Capitan Ventresca resiste, nella tradizione popolare, mitizzato come l'Arcangelo Gabriele, con la bilancia in mano, a togliere con la spada, se occorresse, il maggior peso da un piatto per versarlo nell'altro. « Per te ci vorrebbe Capitan Ventresca! », dicono ancora i gioiesí.
E', stato l'amico gioiese Patrizio Graziani a passarmi una storia di brigantaggio stampata non è molto (1), e la figura del Ventresca che v'è tratteggiata, se pur diversa da quella della tradizione popolare, è comunque quella d'un giustiziere. Solo che la bilancia, per i fatti narrati, non sta proprio in piano, neppure se ne fissi l'asta col chiodo, come nella spassosa narrazione di Modesto della Porta.
 
La storia dei Signori di Gioia non è ancora oggi finita. Ma è cronaca, ormai: di eredi benestanti che a Roma, a Napoli e persino a Milano esercitano professioni liberali o commerci, autorevolmente, ma da comuni cittadini di una Repubblica democratica. La loro storia, però, stava per finire la notte di S. Bartolomeo... anzi, no: la notte della Pentecoste del 1807, in Gioia dei Marsi, ad opera di Capitan Ventresca. « Benedetto Croce in un suo scritto ci parla di questa orrenda strage », scrive Mampieri, ma non dice dove il nostro burbero Don Benedetto (o Zi' Benedetto?) ce ne abbia parlato. Vale la pena di andarlo a cercare? Accreditíamo Mampieri sulla sola parola, anche perché di Capitan Ventresca parlano tutti, nel senso già detto, pur se non tutti raccontano l'episodio narrato dal Mampieri.
 
Sarebbe bello iniziare il racconto con un « attacco » alla maniera del Manzoni, ma quanto è lontano il ricordo! Dirò col Mampieri che « questo Giovanni Ventresca (nativo d'Introdacqua) durante la latitanza, mentre passava nei pressi di Gioia portava con sé un figlio che si ammalò. Allora credette opportuno affidarlo -ad una famiglia di pastori; lasciò loro la moneta per curarlo e mantenerlo [che «finezza" da gentiluomo! - nota nostra] e disse che al suo ritorno dalla Campagna romana se lo riprendeva ».
 
E', chiaro fin dall'esordio che la « cosa » si mette male. Infatti, Capitan Ventresca al ritorno non trova il figlio. Mampieri riferisce che i Signori di Gioia dei Marsi, venuti a conoscenza della presenza di questo bambino malato nei loro territori, forse anche temendo di essere coinvolti nella « gestione » della malattia e dell'allevamento del bimbo (e non furono certo estranee ragioni politiche), lo fecero uccidere.
 
Il pastore riferì al Ventresca che il figlio era morto, nonostante le sue cure, della malattia già contratta e per la cura della quale gli era stato affidato; ma il Capitano aveva lunghe orecchie e fiuto da segugio, per cui la storía gli arrivò nella versione reale dei fatti. Indagando sui quali, egli apprese anche i nomi di coloro che avevano tramato e realizzato l'uccisione del figlio.
Io non so quale potrebbe essere, per uno di noi, diversi da Capitan Ventresca, il prezzo d'un figlio. Immagino che nessuno di noi troverebbe un prezzo adeguato ed immagino anche che, infine, trovatolo nel massimo prezzo esigibile, non di tutto il prezzo la gran parte di noi sarebbe ostinata ad esigere il pagamento. Ad ogni modo, Capitan Ventresca determinò il prezzo nel massimo valore esigibile e tutto lo volle esigere, sul sagrato della chiesa di Gioia dei Marsi.
 
Così - seguita a dire il Mampieri - il giorno della Pentecoste, all'ora del Vespro, egli fece circondare il paese dalla massa dei suoi briganti, si fece dare un tino di quelli che s'usa mettere sotto alle tavole su cui si distende il maiale scannato per grattarne la cotica o di quelli che le donne usavano per affondarvi, tra l'acqua bollente e la cenere, i panni del bucato - e, postosi con molti dei suoi avanti alla Chiesa, attese che ne uscissero i Signori convenutivi per la funzione della sera. All'uscita egli li passò al vaglio e dall'elenco che aveva predisposto, mano a mano che li individuava e li affidava alla sua scorta, tutti e diciotto i segnati andò cancellando. Quindi proclamò la loro condanna a morte, che fece eseguire seduta stante. Scannatili e di ognuno spiccato il capo, avanti alla porta della chiesa riempi il tino di teste mozze. E il dì seguente la masnada sfilò in Pescasseroli, inalberando su lunghe pertiche il macabro trofeo.
 
Non v'è motivo di rifiutare questo racconto. La storia dei briganti s'intesse di vendette spietate, di sfregi, di sangue umano bevuto in caraffa, di esecuzioni capitali in massa, e il motivo della vendetta di Capitan Ventresca è tra i più validi in ogni tempo. Ma pure la storia di briganti gentiluomini - come in Gioia dei Marsi è tuttora reputato, nonostante tutto, il Ventresca - col passare del tempo diviene, spesso, leggenda eroica, e gli eroi, si sa, non muoiono come le persone comuni.
 
Quando i gioiesi, minacciando o solo commentando, avvertono che una certa ingiustizia dovrebbe essere riparata da Capitan Ventresca, in qualche modo evocano lo spirito dell'Eroe, invitano il Mito ad intervenire se l'uomo Ventresca non può. Ma i gíoiesi non hanno letto (almeno non tuttí) il racconto del Mampieri e non sanno che per quel grave fatto di sangue fu posta una grossa taglia sul capo del Ventresca e che di li a qualche tempo anche a lui mozzarono il capo.
 
Riprendiamo la lettura: « ... Ma questo diffidava anche del suo compare e pertanto prima di mangiare lui doveva mangiare il suo compare. Così si pensò ad uno stratagemma per catturarlo. Il compare un giorno gli portò delle uova lessate e nel sale misero dell'oppio; al bagnare le uova al sale il compare vi bagnava le dita anziché le uova, mentre il Ventresca bagnava le uova senza sospetto. Dopo mangiato il Ventresca disse al compare di vegliare per lui giacché lui era preso dal sonno e si addormentò. Fu allora che il compare con una scure gli spaccò il cranio, ma questo con il cranio spaccato sparò una fucilata contro il suo compare traditore ». Dunque, Capitan Ventresca è morto e non serve evocarlo.
 
M'ero fermato, quel pomeriggio d'agosto, all'ultima curva che la strada fa scendendo da Pescasseroli. Ero sceso dalla macchina e m'ero posto a sedere sul ciglio di un prato, ultimo poggio dal quale potevo tenere sott'occhío il paese, proprio avanti al mio naso; più oltre la grande pianura del Fucino che una rada bruma, sempre presente, velava in lontananza, in direzione di Aiellí e di Celano; sulla destra l'abitato sparso dei Casali d'Aschi, poco più in alto del quale vedevo gli ultimi ulivi verdargento ancora vegetanti nella Marsica e, sulla sinistra, Lecce dei Marsi, le rovine di Lecce Vecchia e il valico oltre il quale, se fossi andato a piedi, avrei raggiunto la mia casa e i pennati. Più giù Ortucchio, emblema della plurimillenaria civiltà del Fucino.
 
Una cicala friniva dalla quercia che mi sovrastava: forse andava raccontando analoghe storie.
Una ragazza mi comparve di lato.
« Ciao! », le dissi.
« Ciao! », mi rispose.
« Come ti chiami? ».
« Gioia ».
« Sei di qui? ».
« Sì, di Gioia... Fa caldo », aggiunse e scosse un poco la gonna, velata in trasparenza.
« E' vero, fa caldo » e improvvisamente m'avvolse un'afa insospettata.
« Ho casa qui sotto. Vieni, dentro si sta meglio ».
Le credetti. Non mi dispiacque, quel pomeriggio d'agosto, d'essere arrivato a Gioia.
 
 
NOTE

(1) Rocco MAMPIERI, Storia del brigantaggio politico e vari fatti di sangue accaduti nella Conca di Sulmona tra il 1790 e il 1890,
a cura di Feliciano Ferri, Tipografia « La Moderna », Sulmona 1974.

 
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