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Gli abitanti
Testi a cura del prof. Angelo Melchiorre  maggiori info autore

Sul paese di Gioia dei Marsi, specialmente quando esso si trovava in alto, a 1433 m. sul mare, e sui suoi abitanti hanno sempre scritto in maniera elogiativa scrittori e poeti. Proverbiale ed esemplare è diventata la descrizione che ne fece il Febonio verso la metà del Seicento (1); e dal Febonio trassero spunto ed ispirazione i successivi storici marsicani (il Corsignani e l'Antinori, il Di Pietro, il Bonanni) (2) ed i giornalisti e i visitatori italiani e stranieri (Lionardo Dorotea, Richard Keppel Craven, Nicola Marcone, Emidio Agostínone, Antonio De Nino, ecc.)(3), che vollero successivamente decantare le bellezze di Gioia e la grazia o la « civiltà » dei suoi abitanti. « Nel 1659 il Febonio », così ha lasciato scritto nella sua Corogralia l'Antinori, « descrisse lo stato di Gioia.
 
La disse situata a due miglia ed al mezzogiorno di Leccio, nello stesso giogo de' monti e a sei da Peschio a Seroli. Dal sito più alpestre in cui era prima, dopo l'incendio degli sbanditi, rifabbricato in sito meno scosceso e in più bella forma, sebbene meno popolato, aveva territorio commodo, ma vessato da venti aquilonari e da gran freddo. Non mancare agli abitatori le cose necessarie, senza aver bisogno di soccorsi alieni. Abbondare di pecore e di capre, le quali nel verno menano in Puglia. E quelli che non ne hanno, costretti dal freddo vanno a faticare nelle campagne altrove, talché pochi vi restano nel verno. Essere validi e di bell'aspetto, molto dediti alla cura del l'onestà e della famiglia, e ad apprendere le modulazioni musicali, quali esercitano poi ad onor di Dio. Essere le donne di bel sangue; ma non portate all'ornamento, bensì a lavori di panni di lana, con cui si vestono ed esse e gli uomini loro, non già al costume del paese, ma quasi in abito greco, più perché si riparino dal rigore dei ghiacci, che perché appariscano vaghe. Esser la popolazione composta di 238 fuochi ed esser nello spirituale retta da una sola chiesa parrocchiale recettizia col titolo di Arcipretato; dedicata alla Madre di Dio: fornita di Cappelle, e di ornamenti ben disposti, d'un armadio di Sacre Reliquie, fra le quali in Croce d'argento alcune particelle di quelle de' Dodici Apostoli [ ... ] » (4).
 
Tuttavia, nonostante la simpatia che i Gioiesi suscitavano nei letterati e negli artisti, non correva sempre buon sangue tra loro ed i paesi vicini. E, d'altra parte, c'erano seri motivi perché le popolazioni di Pescasseroli e Bísegna, Ortona e Lecce dei Marsi non guardassero di buon occhio i loro movimentati e dinamici vicini. I Gioiesi, -infatti, per ben quattro volte nella loro storia hanno cambiato residenza (dall'antica Rocca di Gioia a Gioia Vecchio, da questo a Manaforno, e da Manaforno all'attuale Gioia). P, ovvio che, nei loro continui spostamenti, abbiano spesso pestato i piedi ai legittimi proprietari di terre e pascoli, di casali e chiese, suscitando inevitabilmente questioni di confini, problemi di precedenze, rivendicazioni di diritti e privilegi.
 
La prima lite di cui ci parlino le fonti è quella con Bisegna, per sedare la quale nel 1429 dovette intervenire l'Abate di S. Maria della Vittoria di Scurcola, il Rev. D. Antonio De Cellis, per dimostrare davanti :ad Andrea di Cassia, Vicario della Contea di Celano, come il territorio di Gioia fosse ormai un Castello autonomo nell'ambito della Contea stessa e come i territori contesi dai Bisegnini appartenessero ormai di pieno diritto ai Gioiosi (5).
 
Che la lite con Bisegna fosse una cosa seria è dimostrato dal fatto che, ancora un secolo dopo (precisamente nel 1504), essa riprese più violenta di prima: « Nel 1504 rinnovarono lite pe' confini a Templi le Genti di Bisegní; e quei di Gioja ne ricorsero a Luigi Romano Uditor Generale di Giovanna Duchessa d'Amalfi e Contessa di Celano. Costui era in procinto di partire per Terra di Lavoro, onde a' 7 di Luglio scrisse da Celano a Bartolo Vicedomini Capitano delle Montagne di Leccio e di Gioja, che avendo la Duchessa ordinato di soprassedere in quella differenza fino al ritorno di lui nell'Ottobre, comandasse a' Bisegnini di non pernottare frattanto, né giacere in quel Territorio, se prima non se ne definissero i veri limiti. Il Capitano eseguì, imponendo pena di cinquanta oncie » (6).
 
Anche se, per allora, la lite fu risolta in seguito all'intervento della Regina, l'astio tra Bisegna e Gioia dovette rimanere acceso e vivo per molto tempo, se ancora nel 1740 l'Università di Bisegna così scriveva al Vescovo dei Marsi:
« L'Università di Bisegna umilmente espone a V. S. Ill.ma, come è pervenuto a sua notizia, che da questa sua Curia Vescovile si voglia destinare per Economo Curato in quella Terra qualche Sacerdote di Gioja [ ... ] in luogo del Sacerdote don Rosario Gizzi, che finora ha esercitato ne' soli giorni festivi una tale Economia; e perché siccome la Supplicante per caggione de' confini tiene liti in detto Conseglio [ ... ] con Gioja, così tutti i Sacerdoti della medesima si rendono odiosi e diffidenti al Popolo, affinché o non abbiano a promovere torbidi e dissenzioni fra' Cittadini, o ad esplorare li segreti ed operazioni del Publico istesso intorno alle cause, che di presente si aggítano; che però supplica V. S. Ill.ma escludere da detta Economia ogni Sacerdote di detta Terra vicina [cioè Gioia, N.d.C.], per rimovere ogni motivo di scandolo, e lo riceverà a grazia quam Deus. Die X Novembris 1740 » (7).
 
L'altra Università, con cui Gioia si trovava perennemente in contasto, era Pescasseroli. Una drammatica vertenza, che si trascinava da decenni, trovò una soluzione di compromesso nel 1574, ricordata perfino da Benedetto Croce nel suo saggio su Pescasseroll: (8) « In quel secolo, e propriamente nel 1573 o 1574, si tentò anche di stabilire la pace col vicino paese di Gioia dei Marsi [ ... ]. L'Abruzzo era, circa i tempi di cui discorriamo, infestato e straziato da bande brigantesche: a dir poco, ottocento uomini d'arme si aggiravano per montaneas et nemora circum circa díctas terras; e si aggiun gevano le discussioni interne a eccitare e moltiplicare rixas, scandala et caedes. Perciò si cominciò a pensare dai bene intenzionati dei due paesi che convenisse intendersi pro bono publico et pace, et ad evitanda scandala, rapinas et omicidia, quae in dies evenire poterant, tra gli uomini delle due Università, e anche tra quelli dell'intera regione [ ... ] » (9). E fu così che, nonostante opposizioni ed ostacoli, si giunse finalmente al compromesso pronunziato dal giureconsulto napoletano Scipione Bilotta, cui fa riferimento Benedetto Croce (10).
 
Certo, il compromesso non dovette eliminare le cause più profonde del contrasto tra le due popolazioni confinanti, se ancora verso la fine del secolo scorso il poeta pastore Cesidio Gentile di Pescasseroli lanciava « beffe [ ... ] contro gli uomini e le donne di Gioia » (11). D'altra parte, ancora nel 1980, due giovani antropologi abruzzesi, Carlo Nobili e Donatella Saviola, hanno ricordato come « gli abitanti di Gioia dei Marsi, agricoltori, vengono indicati come rozzi e cafoni » dagli attuali abitatori di Pescasseroli (12).
 
Ma se con Bisegna e Pescasserolí era possibile, ogni tanto, stringere accordi (anche se provvisori ed effimeri) o firmare compromessi, ben più grave e profondo fu il dissidio che si scatenò, nel secolo XVIII, tra Gioia e Lecce, quest'ultimo minacciato dalla nuova vocazione dei Gioiesi, quella cioè di spostarsi (uomini ed animali) più a valle, ín località Manaforno. Infatti tale località, scelta dagli abitanti di Gioia come sede stagionale, era prossima ai cosiddetti « Casali di Lecce ». Anzi, se prestiamo fede al Corsignani, il nome originario di Manaforno era proprio « Casali di Lecce »:
«In questo Territorio sovra di erto monte giace la Terra di Gioia, nel Verno assai rigida, talché i Paesani allora sono necessitati di stanziare nei suddetti Casali » (13).
 
Nel giro di pochi anni, i Gioiesi costruirono in quel luogo numerosi casamenti (i « casali » di Gioia), venendo ad abitare, quindi, a gomito a gomito con i legittimi proprietari (i Leccesi) e con l'Università di Aschi, che rivendicava a sé il diritto di pascolo e di raccolta della legna in tutta quella zona, che d'altra parte si trovava nel feudo ,di Vico (14). Già nel 1599 i Gioiesi si trovavano in Manaforno (dove avevano costruito una fornace di calce); ma nel Settecento la loro presenza era diventata ormai così massiccia e contínua, da provocare inevitabilmente la reazione dei focosi vicini.
 
Nel 1759 gli abitanti di Gioia dei Marsi avevano invaso, di notte, e saccheggiato a più riprese un territorio denominato San Vincenzo, « con la partecipazione di persone d'ambo i sessi, con premeditazione e a mano armata ». I Leccesi, che avevano tentato la difesa delle loro terre, ebbero la peggio, mentre i Gioiesi poterono incamerare tutto il grano raccolto. Da parte dell'Università di Lecce si pretese l'intervento della giustizia, e i rappresentanti dei due paesi finirono in tribunale. I Gioiesi furono condannati ad una multa di 944,60 ducati e, anzi, molti di loro vennero perfino incarcerati. Ma sul piano giuridico generale, furono proprio loro i vincitori, perché a Gioia venne riconosciuto il diritto di possedere alcuni territori da loro in precedenza occupati (15). I Leccesi non si diedero per vinti. Nel 1762 presentarono una « memoria », intitolata Fatti per l'università di Lecce contro quella di Gioia da proporsi nel S.R.C., nella quale accusavano i Gioiesi di violenze continue nei loro confronti » (16). Ma le violenze e gli abusi continuarono, con iniziative prese ora dall'uno ora dall'altro dei contendenti.
 
Nel 1781, ad esempio, si era avuto uno scontro ferocissimo fra le due comunità. Gli abitanti di Lecce erano stati guid ati perfino da tre preti della loro terra, don Oronzo Petrucci, don Giacomo Simonícca e don Leonardo Cornacchia. 1 Gioiesi riuscirono a dimostrare che la responsabilità dell'accaduto era tutta dei loro avversari, ed i tre preti furono « inquisiti insieme con altri Laici di violenze usate ai Naturali della Terra di Gioia » (17).
E doveva essere così profondo l'odio tra gli abitanti dei due paesi, che quando si sparse la voce (poi risultata infondata) che i Leccesi responsabili della rissa erano stati scarcerati, i Gioiesí elevarono fiere proteste (guidati da Domenico Antonio Orlandi) e ricorsero di nuovo al tribunale regio. Il vescovo dei Marsi, mons. 
 
Francesco Lajezza, dovette scrivere al Re di Napoli, assicurandolo che i Leccesi erano sempre ben custoditi nel carcere dell'Aquila e che, quindi, i Gioiesi non avevano alcun motivo di lamentarsi e di protestare (18).
Si potrebbe continuare a lungo su questo argomento, con una sfilza di episodi più o meno drammatici e più o meno gustosi sulle controversie tra queste « università » vicine. 
 
Ma uno basti per tutti: nel 1719 il reverendo don Marco Eugenio Melone di Ortona dei Marsi era stato deferito davanti al Tribunale Ecclesiastico di Pescina per aver provocato una rissa fuori la porta della sua « città ». Ecco quanto ha lasciato scritto un testimone oculare del fatto:
« Costui [don Melone] esigeva [ ... ] il passo delle pecore di Scanno e Gioja fuori la Porta di questa Terra, e faceva pagare due tariní per morra di pecore, e le giumente ad arbitrio, per quali trattenne quasi tutto un giorno di festa don Lodovico di Lattanzio di detta Terra di Gioja, e se non si frapponeva il signor Gaetano Petroni, sarebbe sortito qualche grave disturbo [ ... ] ».
Fortunatamente, quella volta, la rissa si risolse in modo pacifico, stando alle dichiarazioni dello stesso imputato: « [ ... ] ho preso il solito tarino per ciascuna morra, e non mi ricordo che per tal causa ci sia sortita alcuna altercazione o differenza; solo che li Lattanzj di Gioja pretendevano di pagar meno di un tarino conforme pagano li Scannesi, per il che vi s'interpose il signor Gaetano Petroni, e li fece capaci inducendoli a pagar il tarino [ ... ] » (19).
 
Ma fatti del genere dovevano essere così frequenti, da formare un costume ed una mentalità. Perfino oggi, se qualcuno crea situazioni di disturbo o di disordine in Gioia, i Gioiesi son subito portati a pensare che sia uno di Lecce. E quelli di Lecce, di Bisegna, di Ortona o di Pescasseroli ricambiano i Gioiesi con la stessa moneta.

 
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