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Gioia dei marsi tra leggenda e realtÓ
Testi a cura di Rita Graziani e Anna Guadagno
In principio i sigilli o gli stemmi erano i segni distintivi dei signori feudatari e degli ecclesiastici; successivamente divennero il segno di riconoscimento delle comunità quale punto di riferimento delle origini e dei luoghi dove si è vissuto. Originariamente gli stemmi erano semplici e solo raramente presentavano motivi ornamentali che nel tempo si ridussero alla sola corona posta sui rami pendenti. Lo stemma fu assunto da tutte le Università (comunità) per l'autentica dei documenti; ogni comunità decideva autonomamente il proprio sigillo apponendovi il segno che più rappresentava la sua storia" .
 
Già dal 1804, con l'avvento dei francesi, i sigilli persero la loro originalità per cui ogni figura rappresentativa venne sostituita dall'aquila napoleonica con la scritta del comune o altro ente posto intorno; di conseguenza tutte le comunità si trovarono ad avere stemmi identici diversificati solo per il nome del territorio di appartenenza distruggendo cosi secoli di storia. I comuni più piccoli furono accorpati ai maggiori, a Gioia infatti fu unita la piccola comunità di Sperone.Nel 1809 lo stemma civico risultava cosi formato: ottagonale raffigurante tre porte (a simbolo delle precedenti confluenze nel centro di Gioia, Templo e Montagnano) con scritto intorno Comune di Gioia e Sperone'.
 
Successivamente gli stemmi risentirono dell'anticlericalismo dei Savoia tanto che molti simboli ecclesiali furono sostituiti da immagine laiche e concrete, lo stemma di Gioia dei Marsi con San Nicola di Bari, l'urna di San Vincenzo e tre torri si riduceva a quest'ultimi eliminando gli elementi sacri;le tre torri erano inserite all'interno di uno scudo sormontato da una corona murale. L'attuale stemma comunale conserva le tre lettere TMK a ricordo dell'unione dei tre centri che anticamente formavano l'agglomerato di Gioia. 
 
Secondo la tradizione popolare il nome fu messo da quel nucleo di famiglie che originariamente costituivano tre contrade di cui Templo era la principale, Campomizzo, Montagnano i villaggi annessi, tutti situati sull'altopiano tra Gioia Vecchia, Bisegna e Pescasseroli. Gli abitanti di questi castelli furono costretti ad unirsi per difendere se stessi e le loro abitazioni a causa delle incursioni dei briganti; diedero cosi origine ad un nuovo agglomerato più grande e forte appellandolo con il nome di Gioia, termine coniato per manifestare la contentezza degli uomini e delle donne che vi facevano parte, sicuri che l'unione potesse renderli in grado di fronteggiare le avversità umane e naturali. Cosi racconta Angelo Aureli ' poeta contadino originario di Gioia: 
 
"...Campomizzo furon le prime abitazioni 
Templo e Montagnano le frazioni 
E questo fu all'epoca del mille
Dov'abitavano gli antenati ed i pupilli 
 
Dopo molto tempo questi disgraziati
Dall'ira di Dio furon castigati
Tra incendio terremoto e gran nevate 
Furono tutte queste genti spigionate 
 
I superstiti che furono salvati 
Ricostruirono i nuovi fabbricati
Lasciarono tutte e tre quelle frazioni 
E Gioia furono le nuove abitazioni..." (4)
 
Nulla togliendo alla tradizione, a dire il vero un po' mitica, i documenti consultati sull'origine del nostro paese dimostrano che la suddetta unione ci fu realmente e forse, per motivi diversi da quelli romanzeschi voluti dal credo popolare, il nome risulta avere origini più antiche. Lo storico Di Pietro nel 1869 affermava che "... I castelli di Temple o Templum e Monte - Agnano dei quali che il primo ebbe le chiese di S. Maria, e di S. Nicola, il secondo quella di S. Antonio Abate, fossero disfrutti nella guerra Marsa e gli abitanti si riunissero per edificare, come fecero, un novello paese che dalla parola lo indicante trionfo chiamaroro Gioja, prima nell'alto di quel monte, ... e poi "ella foce sottostante dove esiste attualmente..."(5) L'autore nella sua opera fa inoltre riferimento a due documenti quali le bolle dei papi Pasquale II (1115) e Clemente III (1188). In quest'ultimo documento, indirizzato al vescovo dei Marsi Eliano, risultano citati: Temple, Juge e Campomicia con le relative chiese di S. Nicola e S. Maria (6) mentre non si fa cenno alcuno a Montagnano. Esaminando un documento successivo, databile intorno al periodo compreso tra il XIV e XV secolo, Montagnano non è citato mentre sono di nuovo menzionati Templo, Campomitio, Joya e Castuli, piccolo castello vicino a Templo (7) .
 
Le visite pastorali conservate presso l'archivio vescovile di Avezzano sono fonti preziose e dettagliate sulle chiese di Gioia dei Marsi. Partendo da quella più antica, avvenuta nel 1638 ad opera di Mons. Lorenzo Massimi fino a quella compiuta dal vescovo De Dominicis nel 1886, sono via via numerate le seguenti chiese: S. Maria Nuova (detta cosi perché edificata o ristrutturata dopo l'incendio avvenuto alla fine del '500 provocato dal famoso bandito Marco Sciarra), S.Nicola, S. Sebastiano, S. Antonio, S. Marco a cui si aggiunge la piccola chiesa di Santa Lucia di Macrano. Nel 1815 viene menzionata per la prima volta la località di Manaforno dove fu edificata una chiesa dedicata a S. Michele Arcangelo; la stessa risulta citata da Mons. Giuseppe Segna nel 1838 a cui si aggiunse successivamente quella dedicata a S. Maria ad Nives (8) . 
 
Che la località di Manaforno (dove in seguito fu edificato il paese e dove vi rimase fino al terremoto del 1915) non venisse segnalata nelle visite pastorali precedenti, si giustifica dal fatto che l'unica parrocchia riconosciuta a quel tempo, dalla sede vescovile, fosse quella di Gioia Vecchia.Per questo si potrebbe dedurre che gli abitanti di Gioia cominciarono a stanziarsi nella zona di Manaforno tra la fine del settecento e i primi decenni dell'ottocento. Oltre alle visite pastorali lo storico Antinori, nella sua Corografia del 1750, mette in evidenza come il nome di Gioia abbia subito trasformazioni nel tempo. Anticamente era scritto Joe ed era riferito ad un castello posto sulle alture di un monte nei pressi del quale si trovavano anche gli agglomerati di Templo e Montagnano, più piccoli e soggetti allo stesso (9) .
 
Le notizie fornite dall'Antinori e dal Di Pietro attestano che Gioia o Joya era contemporanea ai castelli di Templo e Montagnano, diversamente secondo i documenti che vanno dal XII al XIV secolo Gioia era contemporanea i castelli di Templo e Campomizzo (10) . Da questa analisi si evince che Gioia non fu il risultato dell'unione di tre paesi, come vuole il credo popolare, ma più logicamente gli stessi furono annessi a Joya già esistente in tempi diversi.
 
 
NOTE
 

(1) F. BELMAGGIO, Araldica Pubblica e privata nella provincia dell'Aquila,Civica, Notarile, Ecclesiale,Nobiliare e Notabile. L'Aquila-Amministrazione Provinciale 2000, p. 29. 
(2) Ibid. p. 441 
(3) Angelo Aureli (Gioia dei Marsi, 1866-1941), il poeta contadino gioiese cercà di ricostruire la storia del proprio paese soprattutto attraverso la tradizione orale. Trasse spunto, per comporre le sue strofe, dagli avvenimenti della vita quotidiana dove ci manifesta tutto l'amore per il paese nativo. 
(4) A. AURELl, Storia dei paesi antichi di Gioia e di tutti gli antenati benefattori, ed. dell'Urbe, Roma 1991, p. 7.
(5) A. Dl PIETRO, Agglomerazioni delle popolazioni attuali della diocesi dei Marsi, Avezzano ed. Polla 1869, p. 262. 
(6) lbid. p. 312.
(7) ADM ('Archivio Diocesi dei Marsi) Fondo A/2, folii 1v-2r. 
(8) L. PALOZZI, W. CIANCIUSI,A MELCHIORRE, Breve viaggio a Gioia dei Marsi e dintorni, ed. dell'Urbe, Roma 19S2, pp. 48-57. 
 
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