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Gioia e le lotte contadine del Fucino
Testi di Fulvio d'Amore  maggiori info autore

Nella presente sezione abbiamo cercato di sintetizzare, in maniera molto schematica, alcune indicazioni sugli argomenti di fondo delle lotte contadine del Fucino intorno al 1922, che potranno essere eventualmente sviluppate in maniera più approfondita ed articolata in altre sedi. In questo contesto, le annose problematiche " fucensi ", il " dopo terremoto ", la prima guerra mondiale, l'emigrazione latente, la nascita delle cooperative, le leghe, gli anarchici, i riformisti, la difficile amministrazione con i relativi problemi legati alla distribuzione delle terre del Bacinetto, le rivendicazioni contro " l'Eccellentissima Casa Torlonia ", l'invasione del Fucino ad opera dei contadini, l'intervento repressivo dell'esercito e dei carabinieri, l'avvento fascista, il rinnovo degli affitti e via dicendo, divennero il fulcro centrale della lotta politica nella Marsica di quegli anni. 
 
La presenza di un gran numero questioni da risolvere nell'intricato panorama zonale degli anni '20 del Novecento (modificazione dei patti di mezzadria, carovita, concessione di un ettaro a testa ai piccoli affittuari, squadristi in fermento, socialisti e comunisti fortemente arroccati su posizioni reazionarie), sottoposero tutto il comprensorio zonale a forti tensioni aggravate dai postumi del terremoto e dalla crisi edilizia in atto, scatenando scontri a fuoco, uccisioni, rappresaglie e accoltellamenti all'ordine del giorno. 
 
Forti contraddizioni emergeranno continuamente nelle convulse rivendicazioni sociali che man mano stavano capovolgendo i rapporti di forza tra le varie correnti politiche e istituzionali, cedendo ad una diffusa violenza, che spesso provocò effetti disastrosi, compromettendo sempre più i rapporti tra le maestranze e don Carlo Torlonia, in quel momento direttore dell'azienda del Fucino. Sulla base di questi presupposti e tenuto conto delle numerose manifestazioni di protesta perpetrate dai contadini in tutto il Fucino, con conseguente occupazione di molti municipi marsicani (ricordiamo che le porte del comune di Capistrello furono addirittura inchiodate dai rivoltosi), arresti e commissariamenti degli stessi comuni, l'aspetto del rinnovo degli affitti scaduti nell'ottobre del 1922, lasciava intravedere all'orizzonte nuovi inquietanti scenari di sommosse sanguinose. 
 
In questa prospettiva la questione ambientale dell'assegnazione delle terre del Fucino offre un punto di vista e una chiave di lettura utile per capire una parte non trascurabile delle rivalità tra paese e paese in una " guerra tra poveri " che conobbe momenti senza eguali. La sezione combattenti di Luco dei Marsi ottenne, tuttavia, per prima l'attribuzione nell'ottobre del 1919 mentre, come era prevedibile, l'anno dopo, i combattenti di S. Benedetto si contrapposero ferocemente a quelli di Pescina, rappresentati nella persona di Luigi Scarsella, il quale espose il suo dissenso nel settimanale Il Risorgimento d'Abruzzo con queste motivazioni: Innanzi tutto, l'affermazione che le terre del Fucino non competono agli agricoltori di Pescina non essendo questo Comune ripuario del Fucino, è semplicemente ridicola.
 
E' vero che l'abitato di S. Benedetto lambisce la strada di circonvallazione del Fucino ed è percio l'abitato più vicino al latifondo di Torlonia, ma è pur vero che solo i terreni appartenenti ai pescinesi sono quelli adiacenti al Fucino. Ed aderendo all'invito, getto appunto uno sguardo sul lato del Fucino che guarda S. Benedetto e veggo gli estesi tenimenti di proprietà dell'opera Pia Serafino Rinaldi di Pescina, delle famiglie Sclocchi, Guglielmi, Sabatini, Mascioli ecc. tutti di Pescina, perché tale territorio è di Pescina da tempo immemorabile e perché S. Benedetto è stato piantato in tenimento di Pescina, ragione per cui appartiene al Comune di Pescina, e perché poi, vivendo i naturali di questa frazione esclusivamente di pesca, non possedevano che una limitatissima estensione di terreni che facevano da corona al lago ". Tenendo conto di quest'ottica, seppur con diversa angolazione, acquistano pertanto una certa rilevanza anche le rimostranze esternate dal comune di Gioia dei Marsi, indirizzate all'amministrazione Torlonia, raccolte e pubblicate con ampio spazio sul Il Risorgimento d'Abruzzo nel maggio del 1922. 
 
Ecco le prime considerazioni a caldo dell'allora primo cittadino G. Sinibaldi: il Sindaco dà ragione dell'ordine del giorno, per le manifestazioni di malcontento che serpeggiano tra gli agricoltori Gioiesi, per la loro espulsione dalle nuove affittanze o per la forte riduzione cui vengono assoggettati, sotto pretesto di concessioni ai coltivatori dei paesi ripuari, e fa notare al Consiglio come l'atteggiamento dell'Amministrazione Torlonia investa il problema dell'economia generale del paese che dalla coltivazione delle terre del Fucino ritrae le maggiori risorse. Fa inoltre rilevare come male a proposito l'Amministrazione Torlonia escluda Gioia perché non ripuario...". 
 
Queste indicazioni erano ritenute determinanti per evidenziare una scelta fatta dall'azienda del " Principe " che nuoceva gravemente alle popolazioni gioiesi. In questo senso, a detta del Sinibaldi, l'errore di valutazione era evidente: "...Perché, se al tempo del prosciugamento del lago del Fucino le acque si erano ritirate dal confine del territorio di Gioia circa 300 metri, non è men vero che in epoca più remota le onde del Fucino hanno coperto una vastissima zona del nostro territorio, fino a lambire l'altipiano ove attualmente si ricostruisce il paese a seguito del terremoto del 1915, che dal nome stesso della contrada " Alto Ripe " dimostra che Gioia è stato ripuario del Fucino, Una prova tangibile si ha nel fatto del sottosuolo sabbioso in tutta la località che serve di base alle nuove costruzioni.
 
Non devesi dunque per paese ripuario intendere letteralmente quello che fu designato col territorio coperto di acqua allo scopo di precisarne i confini, ma ancora quelli che come Gioia si specchiavano nelle acque del lago a brevissima distanza e come gli altri e più degli altri ebbe a risentire i gravi danni del prosciugamento, con la perdita quasi totale dei prodotti agrari, specie degli olivi, dei mandorli, dei fichi, delle uve a causa dell'abbassamento della temperatura...". Un buon esempio di ingegnosità e dedizione al lavoro dei coltivatori gioiesi nell'Agro fucense fu quando: "...per la eccessiva umidità del sotto suolo i prodotti erano scarsissimi e non pochi ne ebbero disastrose conseguenze di fallimento.
 
Molti furono quelli che invitati e premurati dalla stessa Amministrazione Torlonia, bonificarono con sistemi razionali larghe zone di terreno acquose, come fu il Cav. Nestore Alesi negli appezzamenti n. 30 e 31 e Sinibaldi Federico negli appezzamenti 32 e 33 ". Ancora più espliciti e decisivi furono i riferimenti del primo cittadino alla dedizione dei coltivatori di Gioia dei Marsi nei riguardi dell'amministrazione Torlonia, in quanto: " Tutti i coltivatori di Gioia, attratti dalla pianura, abbandonarono i loro campi in montagna, e si riversarono in massa nell'agro Fucense, dedicandosi totalmente a quel lavoro, fra mille disagi, accampandosi per fino tra le zolle nei periodi più faticosi. Si crearono poscia baracche e fabbricati sul posto per comodità degli operai, si formarono aziende considerevoli, ed insieme al lavoro dei campi sorse l'industria equina e bovina, in modo da trasformare a poco a poco l'industria pastorizia che avevano avuto in precedenza enorme sviluppo nei nostri pascoli montani.
 
 


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