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Da Gioia Vecchio a Manaforno
Testi di Fulvio d'Amore  maggiori info autore

UNA COMUNITA' PASTORALE IN MOVIMENTO FRA PIANURA E MONTAGNA
 
Nelle "Schede di sito" proposte dalla studiosa Maria Carla Somma, raccolte nel lavoro di ricerca " Siti fortificazioni e territorio ", recentemente comparso nelle librerie, rileviamo il toponimo di Gioia Vecchio, comune di Gioia dei Marsi, provincia dell'Aquila, ubicato dalle carte dell'IGM, con altitudine 1441 metri sul livello del mare, e nel rapporto con la morfologia del territorio figura: su di uno sperone roccioso dominante ad Est il passo del Diavolo. Nella tipologia per la definizione delle fonti storiche, leggiamo: castrum (1308), tipo di impianto caratterizzato da recinto con torri. Per la determinazione dei cosiddetti elementi strutturali, alla voce " Stato di conservazione ", si legge: rudere. In tutta l'area sono visibili chiari segni di scavi clandestini. Al riguardo dei resti che componevano la vecchia costruzione, l'archeologa scrive: " Si conserva parte di una struttura piuttosto imponente, forse relativa ad una torre e altri tratti di muri in diversi punti dello sperone roccioso, che non è però possibile raccordare planimetricamente. 
 
Lungo il versante Ovest dello sperone roccioso sono visibili altri muri, probabilmente relativi ad abitazioni poste alla base della fortificazione ". Nella " Relazione con il contesto insediativo ", la ricercatrice mette in evidenza, in rapporto alle altre strutture fortificate dell'area presa in considerazione, " un probabile ocre Marso, di cui però attualmente non si vedono tracce archeologiche ". Tali processi erano perà strettamente congiunti con i rapporti dei sistemi infrastrutturali, alla rete viaria ed ai tratturi, collocati in prossimità del tracciato stradale che collegava con Sperone ed Aschi " e quindi con il bacino fucense a Nord e l'alta val di Sangro a Sud ".
 
In epoca romana, a quota inferiore, si trovava " un santuario a cui si affiancà forse un vicus " ed a partire dalla fortificazione, lungo il versante Ovest della montagna, si " sviluppà un borgo di cui oggi restano diversi ruderi ". A Nord-Ovest dell'ossatura muraria, in " corrispondenza della quota 1318, presso la vecchia fonte di S. Antonio " sono stati rinvenuti ex-voto fittili e moriete " probabilmente relativi ad un piccolo santuario italico-romano " ivi esistente. I feudatari padroni della fortificazione, nella seconda metà del XII secolo, risultavano, invece, i fratelli Simone di Capistrello che fornivano al castello due militi. Infatti nel Catalogus Baronum si legge: " Symon Capistrelli dixit quod tenet in Marsi medietatem Castuli quod est pheudum ij militum, et Soe [Gioia] quod est pheudum ij militum...". 
 
Anche lo storico Muzio Febonio che, con la sua ricerca pionieristica " getterà le basi per le future generazioni ", si occupà nella sua Historia Marsorum dell'allora piccolo paese di Gioia, descrivendo le principali caratteristiche della sua laboriosa popolazione " fotografata " durante la seconda metà del Seicento: "... a 2000 passi verso mezzogiorno, sullo stesso giogo si innalza Gioia, villaggio senz'altro bello e che avrebbe un territorio accogliente, se non fosse soggetto a venti aquilonari e a grandissimo freddo.
 
Non gli manca, peraltro, alcuna delle cose necessarie alla vita e non ha bisogno di aiuti esterni, abbonda di mandrie ovine e caprine, che, in inverno, fanno la transumanza nelle Puglie. Quelli che non posseggono mandrie non si danno all'ozio, ma, cacciati dal freddo, vanno ad esercitare l'agricoltura, chi qua chi là, e solo poche persone rimangono, in inverno, ad abitare sul posto. Sono, in genere, uomini robusti e di bell'aspetto, che tengono in gran conto l'onestà e la famiglia...". Lo studioso marsicano, a quell'epoca, riscontrà più di 238 fuochi, ossia nuclei familiari, che si riunivano in una sola parrocchia " onorata col titolo di Arcipretura ", realizzata con i contributi di don Domenico Cataldi, esemplare religioso gioiese. 
 
Lo storico settecentesco Pietro Antonio Corsignani, tra le innumerevoli imprecisioni, rese comunque noto che il vecchio paese, posto sul monte Turchio, fino al 1330 appartenne ai monaci cistercensi di Santa Maria della Vittoria di Scurcola, per poi passare nelle mani dei conti di Celano. In questo filone di ricerca, si inseriscono al riguardo le più esatte considerazioni dello storico Anton Ludovico Antinori, che offre agli studiosi una chiave di lettura certamente più attendibile, definendo Gioia: " Terra d'Abruzzo Ultra, e del Contado di Celano, nei tempi di Carlo V di 238 fuochi di quanti erano pure nel 1595. Nel 1669 di numero 153 per cui a 74: 20 pagava alla Corte - 642:60.
Nel 1669 è descritta feudo di Giulio savelli della riccia, e dal 1656 si aggiunge Adoa per la giurisdizione delle terze cause. Nel 1173 Joe (Joe è scritto; o pittosto Joe nel 1334 si diceva Joye, ma nel 1429 Johe) in marsi ora feudo di Simone di Capistrello, e feudo di due soldati a cavallo, il che mostra della popolazione di 48 famiglie....". di Amalfi, e Contessa di Celano.
 
Costui era in procinto di partire per Terra di Lavoro, onde a 7 di Luglio scrisse da Celano a Bartolo Dicedomini Capitano delle Montagne di Lecce e di Gioia, che avendo la Duchessa ordinato di soprassedere in quella differenza fino al ritorno di Lui nell'Ottobre, comandasse a Bisegna di non pernottare fra tanto, né giacere in quel territorio se prima non se ne decidessero i veri limiti. Ed il Capitano esegui imponendo pena di cinquanta oncie " a chiunque avesse trasgredito all'ordine. 
 
Le Rationes Decimarum del 1327, fanno riferimento ad almeno quattro chiese situate nel territorio di Gioia, delle quali non resta oggi purtroppo traccia, ad eccezione della chiesa tardo cinquecentesca posta sul passo della Statale numero 83. In proposito, il canonico Andrea Di Pietro, citando la bolla di Clemente III rilevà le parole " Sancti Nicolai in Temple ", oppure dal noto elenco delle decime papali mise in evidenza: " Ab Ecclesia Sanctae Mariae de Temple, auri florenos tres. - In temple ad Ecclesia Sancti Nicolai grani quartarium unum. Ab Ecclesia Sancti Nicolai de Temple, tortulorum patria duo ". Infine, a conferma delle origini di Gioia, specificando le sue chiese, scrisse: " Che poi questi Castelli di Temple, e di Monte Agnano, dei quali il primo ebbe le chiese di S. Maria, e di S. Nicola, ed il secondo quella di S. Antonio Abate, fossero distrutti dalla guerra Marsa e gli abitanti si riunissero per edificare, come fecero, un novello paese che dalla parola lo indicante trionfo, chiamarono Gioia...". 
 
Peraltro, bisognerà puntualizzare che, per tutto il secolo XV e buna parte dei secoli successivi, fino al Settecento, l'abbate di S. Cesidio di Trasacco, disporrà del beneficio di S. Marcello e di S. Leonardo, esistenti nella chiesa di S. Maria delle Grazie di Gioia, inizialmente goduto addirittura da un chierico della diocesi di Torino, poi passato per collazione all'influente Trifone Bonamico, con i godimenti dello Jus patronatus e lo Jus presentandi, segno evidente di notevole potenza della collegiata in questo periodo. La diocesi dei Marsi, ovvero il " Vescovado ", aveva sotto la sua giurisdizione, tra il 1595 ed il 1596' " In Gioya. San Marcello Rurale - Santa Maria Nova e San Benedetto (L'Abate di Terra di Trasacco fa la bolla)San Nicola di Templi Rurale - Santa Lucia Rurale (Bolla il vescovo di Marsi) ". 
 
Nell'Archivio Diocesano dei Marsi, ritroviamo un importante documento intitolato; " per il pagamento delle Decime Papali elenco di chiese su ordine di Mutio Colonna Vescovo dei Marsi ", che ci permette di rilevare, ulteriormente, alla data del 1632, la consistenza delle chiese di Gioia. In quel periodo, il vescovo ordinà categoricamente: " Qualunque chierico, o laico, che nostra parte sarà richiesto al ricevere di questo se debba conferir nelle terre, e luoghi infrascritti, Adi 25 di Luglio 1632, Domenico Cataldi Arciprete di Gioia ".
  
Il presule marsicano, chiuso fra la prepotenza del conte di Celano, che non esitava, come vedremo più avanti, con veri e propri colpi di mano ad impadronirsi di terre ecclesiastiche, e la resistenza di un clero pronto a sottrarsi alla sua autorità, ribadi in successive disposizioni il comando categorico rivolto: " ..Alla presenza de' Parrocchiani et altri beneficiati, Rettori di Chiese, procuratori di Monti di Pietà, Hospedali, Compagnie, Monasterij, Pensionarij, Affittuarij, Censuarij, e possessori di beni ecclesiastici, e luoghi Pij delle sottoscritte Terre... ", di presentarsi immediatamente davanti a don Francesco Antonio Varanelli di Cerchio " e pagar effettivamente l'infrutta di denari, come per Bulla Apostolica e Lettera dell'Eminentissimo Sig.r Cardinale Altobrandino Camerlengo ". In quell'occasione, la parrocchia di Gioia rese conto all'ordinario per la chiesa di S. Maria, la Compagnia del Sacramento, S. Marcello e S. Leonardo, S. Nicola, S. Antonio Montagnano e per il Monte della Pietà. La ricchezza delle riflessioni critiche, nella complessità del quadro storico appena espresso in queste poche righe, si caratterizza, come stiamo vedendo da una certa ampiezza di respiro che ci porta a fare altre considerazioni. 
 
In questo non certo trascurabile territorio montano, i ricchi proprietari armentizi di Gioia, spesso si trovarono in contrasto con quelli di Pescasseroli, sempre per questioni di confinazioni. La documentazione di cui ci si è serviti, tratta per buona parte dall'Archivio di Stato di L'Aquila e dall'Archivio Diocesano dei Marsi, mette ben in evidenza simili antagonismi. Nella " Scrittura riguardante la vertenza ed il compromesso per i confini tra l'Università di Gioia e quella di Pescasseroli ", Loreto Antonio Bono di Barrea, " Ordinario Compassatore della Regia Dogana di Foggia ", eletto a dirimere la controversia dal " Sig.r D. Pietro de Valgade ", come governatore della Terra di Pescasseroli per la determinazione di alcune differenze di confine, pose i nuovi termini lapidei, riconfermando, perà, quelli posti già nell'anno 1565 dall'Uditore Mastrillo. Alla presenza del Camerlengo Pietro Paolo Rosati, del sindaco di Gioia, Nicola Bassi e del sindaco di Pescasseroli, Mattia Vitale, furono infine faticosamente stabiliti i limiti. Disordini, anomalie, ingiustizie e liti, caratterizzarono la storia della Marsica del Settecento, sottoposta a ventisei anni al vicereame austriaco, per poi passare dal 1734, in mano ai Borboni. Uditori, Presidi, in qualità di capi del tribunale provinciale e funzionari preposti al controllo dell'ordine pubblico, divennero ben presto veri e propri delegati dell'autorità centrale, preposti al controllo sulle dignità ecclesiastiche (vescovi, preti), baroni, università e privati cittadini, lesi nei loro interessi, diritti o privilegi. 

 


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