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Storia delle Chiese
Testi a cura del prof. Angelo Melchiorre  maggiori info autore

Le fonti più ricche di 'informazioni, per quel che riguarda le chiese di Gioia dei Marsi, sono le « Visite Pastorali », conservate nell'Archivio della Curia Vescovile di Avezzano (20). La più antica è quella scritta nel 1638 dal vescovo Mons. Lorenzo Massimi. Vi si parla della chiesa parrocchiale di S. Maria Nuova, della quale in quell'anno era arciprete don Andrea Tomassitto Incarnati, e della « massa comune » alla quale partecipavano tutti i preti di quella chiesa, che era ricettizía. Accanto alla « parrocchiale » il Vescovo Massimi ricorda anche le altre due chiese di Gioia: quella di S. Nicola e quella « rurale » di S. Sebastiano.
 
Più ricca di notizie è la relazione del successore, il vescovo Didaco Petra, il quale visitò Gioia dal 13 al 17 settembre 1676, controllando accuratamente tutte le chiese e tutti gli altari del paese. Nella chiesa di S. Maria Nuova egli annotò ciò che andava bene e ciò che aveva bisogno di sistemazione o restauro. P- da lui che noi conosciamo uno per uno tutti gli altari di quella chiesa: da quello maggiore (dedicato al SS. Sacramento e alla Visitazione della B.ma Vergine, una cui venerata immagine si trovava sopra l'altare stesso) a quello di S. Giacomo Apostolo, fino a quelli della SS. Trinità, di S. Antonio Abate, di S. Rocco, del SS. Rosario, di S. Antonio di Padova, dello Spirito Santo e dell'Annunciazione (in quest'ultimo altare erano custodite le reliquie dei Santi, portate in Gioia nel 1610).
 
Le altre chiese visitate da Mons. Petra erano quella di S. Nicola (nella quale si trovava una cripta, con altare dedicato a S. Maria Vergine ad Nives), le tre chiesette rurali di S. Antonio, di S. Sebastiano, di S. Marco e, infine, la chiesetta di S. Lucia di Macrano (che inizialmente, però, doveva essere di S. Lucio di Macrano (20 bis).
 
A queste due prime « Visite Pastorali » seguono via via (nei secoli XVIII e XIX) numerose altre (dei Vescovi Mons. Francesco Bernardino Corradini, Mons. Muzio De Vecchiis, Mons. Giacinto Dragonetti, Mons. Giuseppe Barone, Mons. Domenico Antonio Brizi, Mons. Giuseppe Bolognese, Mons. Gio. Camillo Rossi, Mons. Giuseppe Segna, Mons. Federico De Giacomo, Mons. Errigo De Domínícis e Mons. Francesco Giacci) (21). Tutti i vescovi rípetono, più o meno, quanto scritto dai predecessori. Tuttavia, nel corso dei decenni si verifica qualche novità, che viene puntualmente annotata:
 
1) nel 1815, per la prima volta in una « Visita Pastorale », si parla di Manaforno;
2 la chiesa di S. Michele Arcangelo viene citata per la prima volta nella « relazione » del vescovo Giuseppe Segna (anno 1838);
3) Mons. Federico De Giacomo è il primo (anno 1872) a parlare dell'altare di S. Vincenzo Martire, altare « nel quale riposa il suo corpo »;
4) nel 1886 Mons. Errígo De Domínicis, dopo aver rapidamente visitato la chiesa di S. Maria Nuova, scende a Manaforno e si insedia nella chiesa di S. Maria ad Nives, provvisoriamente adattata a parrocchiale, essendo quella di S. Michele Arcangelo chiusa per lavori di restauro.
Tali notizie, anche se frammentarie, ci consentono però di riflettere su alcuni elementi abbastanza interessanti:
 
a)
Fino agli ultimi anni del Settecento i Vescovi dei Marsi non si recavano mai a Manaforno, essendo Gioia l'unica sede ufficialmente riconosciuta della Parrocchia. Solo verso i primi anni del secolo successivo comincia ad apparire il nome di Manaforno (la prima citazione è quella di S. Angelo in Manaforno, che si legge nella « Visita » di Mons. Giuseppe Barone, del 1732, ma è un cenno fugacissimo, che non torna se non nelle Visite Pastorali dell'Ottocento); e della chiesa di S. Michele Arcangelo in Manaforno parla diffusamente il vescovo Segna nella relazione del 1838, in cui, dopo aver elencato le chiese di Gioia Vecchio, annota le sue osservazioni sulle chiese della « Villa di Gioja, vulgo Manaforno »: ossia, S. Michele Arcangelo (in cui sono ancora da sistemare i confessionali, le immagini sacre e gli arredi liturgici), S. Maria ad Níves « extra Terram », e la chiesetta rurale di S. Lucia.
 
b)
Il secondo elemento degno di interesse è rappresentato proprio dalla chiesa della Madonna della Neve. Dalle relazioni dei secoli XVII e XVIII sapevamo che alla Madonna della Neve, in Gioia, era dedicato un semplice altare costruito nella cripta della chiesa di S. Nicola (22). Adesso, invece - e siamo nell'anno 1839 - S. Maria ad Nives è una chiesa vera e propria, che si trova non più nel vecchio paese di Gioia, bensì in Gioia Nuova, ossia in Manaforno (23). Della fondazione di questa chiesa esiste non solo una relazione scritta qualche anno dopo (1858) dal reverendo don Luigi Fazii (24), ma anche tutto un incartamento manoscritto, conservato nell'archivio diocesano dei Marsi, comprendente sia le richieste avanzate dai cittadini di Gioia per ottenere l'autorizzazione a costruire una nuova chiesa, sia la « delibera » del Consiglio Comunale, sia le minute della corrispondenza scambiata tra la Curia Diocesana, il Ministro degli Affari Ecclesiastici, il parroco di Gioia e lo stesso Vescovo dei Marsi (25). In questa sede, è opportuno forse trascrivere il testo (finora inedito) della « delibera » comunale, datata Gioia li 27 Luglio 1831, utile soprattutto perché ci mostra uno spaccato di vita cittadina in Gioia nei primi decenni del secolo scorso:
 
« Il Sindaco avendo convocato il Decurionato, si sono riuniti in numero legale, onde risolvere le seguenti proposte:
Per la Chiesa della nuova Gioia, giusta l'avviso datone da monsignor Vescovo de' Marsi in data de' 24 Luglio corrente.
Il Decurionato avendo preso l'affare in quella considerazione che merita principalmente pel culto di Dio, secondariamente per la morale necessaria ad ogni Individuo, e ad ogni Società, terzo finalmente pel decoro della Santa Religione, che professiamo, e del Comune Capoluogo del Circondario, ha unanimamente risoluto, che il Sindaco faccia presente di riscontro a Monsignor Vescovo de' Marsi: 
 
1. Che nel nuovo Gioia occorre una Chiesa capace al meno di tremila anime ' essendo già due mila gli abitanti, ed in circo-stanze di aumentarsi, come lo fa conoscere la statistica annuale, ed essendo per lo commercio continuamente affollata da Forastieri.
2. Che la spesa debba montare a quindeci mila docati, compresa ancora la Sagrestia, e Coro.
3. Che a conto di tal somma possono calcolarsi docati due mila, che facilmente si otterranno da offerte volontarie de' Cittadini, e da' Luoghi Pii.
4. Che altri docati due mila potrebbero prendersi da un credito, che la Cappella della Madonna delle Grazie, sistente nella Chiesa Matrice di Gioia, vanta sul Banco di Ave Gratia Plena in Napoli, giusta la lettera del Sig. Intendente.
5. Che il rimanente in docatí undeci mila potrebbe ottenersi sulla Cassa delle Commissioni Diocesane, sulla vendita de' beni addetti a benefici semplici [ ... ], o in qualunque altro modo, che la pietà e munificenza Sovrana saprà disporre.
6. [ ...) .Nel tempo stesso il Sindaco non solo farà le premure presso la Reverentissima Curia de' Marsi pel favorevole rapporto a S. E. Ministro degli Affari Ecclesiastici; ma ben'anche farà premurare in Napoli nel Ministro sudetto per mezzo di valevole, e pia persona. Dopo di ciò si è sciolta la seduta.
Il Sindaco Emanuele Mascitelli (...) (26). 

c)
Il terzo elemento di novità nelle « Visite Pastorali » è rappresentato dall'altare di S. Vincenzo Martire (il cui corpo era conservato nella chiesa matrice di S. Maria Nuova, in Gioia Vecchio). Tale altare viene indicato dai Vescovi solo dopo il 1757 (ma di ciò si parlerà in altro paragrafo del presente capitolo) » (27). Comunque, anche altre piccole informazioni si possono ricavare dalla lettura dei manoscritti conservati nell'Archívio Diocesano: nel 1680 il Vescovo Corradini parla di un « Hospedale » annesso alla chiesa di S. Nicola; e vicino alla stessa chiesa, nel 1706, viene ricordato il cimitero. Ancora Mons. Corradini, nel 1692, parla di una chiesetta di S. Maria, già profanata e quindi mantenuta nelle sue strutture solo come « rifugio dei viandanti » (questa chiesa non sarà più citata nelle « Visite » successive. 
 
Nel 1744 Mons. Brizi leggerà in chiesa una « risoluzione », nella quale si accenna alla necessità di allargare la chiesa di S. Maria Nuova nelle parti laterali e ridurla a forma migliore, dal momento che essa è divenuta ormai insufficiente a contenere la massa sempre crescente di fedeli e devoti. Per quanto riguarda, poi, la chiesetta di S. Maria della Neve, di cui si è già abbondantemente discorso, essa doveva essere sicuramente in funzione nel 1839, se il vescovo Segna poteva scrivere: « Solummodo parietes quamprimum fieri ~potest crustari commendamus. In reliquis laudamus ». Si trattava, cioè, soltanto di « rivestire » (crustare) le pareti; il resto era tutto in ordine (28).
 
Infine, ultima indicazione è quella fornitaci dalla numerosa serie dei « processi matrimoniali » (risalenti agli anni 1879 e segg.), in cui si parla sempre della chiesa di S. Michele Arcangelo, funzionante ormai a pieno ritmo come unica « chiesa parrocchiale » del paese, essendo ormai quasi stabilmente la popolazione di Gioia residente in Manaforno. (29) Il resto è storia dei nostri giorni: 1915, terremoto della Marsíca, che uccide i due terzi della popolazione di Gioia (circa 2.000 morti!) e riduce ad un ammasso di rovine le sue case e le sue chiese; 1920-30: ricostruzione della chiesa di Gioia Nuovo (30). 1950-70 ricostruzione della chiesa di S. Maria Nuova, in Gioia Vecchio (31).
Ma purtroppo, ciò che è stato distrutto dai cataclismi e, talvolta, dall'incuria dell'uomo, non è più riparabile. 
 
E non rimane altro che leggere (o rileggere qualche vecchia cronaca, come questa dell'Agostinone, che fa rivivere nel ricordo ciò che oggi non esiste più: « [ ... ] Basta avvicinarsi alla chiesa maggiore che domina tutto il paesello col suo minuscolo campanile, acuto come un minareto, per ~sentire tutta la nobiltà di quel gruppo di case che fanno corona al breve largo che vi si schiude davanti. Il Settecento trionfa con le sobrie decorazioni delle case più notevoli. Sembra quasi che un solo artefice vi abbia compiuta l'ultima fatica prima che l'antico rifugio feudale fosse abbandonato. 
 
Le maggiori case sembrano della stessa mano e dello stesso padrone. E alla dignità della facciata corrisponde spesso qualche segno interno di ricchezza e di decoro. [ ... ]. La Chiesa maggiore manifesta evidente l'impronta del XIII secolo. Gli stucchi e le pitture palesano specialmente le serene e fredde cure settecentesche. Quegli affreschi abbondantissimi nella navata centrale e sulla cupola, molti compiuti e parecchi semplicemente abbozzati, ricordano assai da vicino se non la mano almeno la maniera del pittore della Concezione [un pittore del '600, forse della scuola di Luca Giordano, N.d.c.i. E tale raffronto appare ancora più evidente osservando con qualche cura i dipinti di alcuni altari.
 
Ma tutta la Chiesa è assai anteriore all'ultimo restauro che ne adornò le pareti e ne nobilitò la facciata. Il piccolo campanile, cinquecentesco fino all'altezza delle campane, reca nel coronamento piramidale la data del 1695. Accanto alle pitture deteriorate del coro, a destra, si legge l'iscrizione del restauro fatta nel 1627. L'altare maggiore policromo, con le quattro sculture fissate nelle quattro nicchie, palesa epoche differenti e diversa maestria fra marmo e legno, vernice e dorature. E le sculture decorative del fonte battesimale, forse dovute ad un artefice locale, del 1559, e il motivo gotico della tavoletta che chiude la sacra piscina, completano la strana varietà di stili e i diversi segni del tempo in quella chiesa vasta quanto la cattedrale d'una cittaduzza, abbandonata all'umido ed alla ,solitudine come un rudere » (32).

 
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