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Il Medioevo
Testi a cura di Sergio Aramini

Il periodo romano vede una Marsica în grande splendore come dimostrano i ruderi di Marruvio, di Alba Fucente, di Angizia e di altri centri minori che beneficiano dei vantaggi del parziale prosciugamento del lago Fucino ai tempi di Claudio e di Adriano e dell'attiva militanza dei guerrieri marsi nelle legioni dell'Impero. Con il medioevo e con la precoce conversione al Cristianesimo, sorgono tante piccole chiese delle quali vi è traccia nella Bolla di Papa Clemente III del 1188, tra esse Santa Maria in Juge, San Nicola di Temple, Santa Maria in Campo Mizzo, S. Nicola e S. Maria in Sperone, S. Quintino e S. Cristoforo in Vico e altre nel territorio di Aschi. 
 
Emergono, in quei tempi lontani, anche personaggi particolari come il monaco Equizio, caro a Gregorio Magno che lo cita come esempio nei suoi scritti: Equizio, vissuto nel VI secolo, girava per monti, campagne e villaggi, scalzo ed in poverissime vesti, diffondendo il credo religioso, quasi precursore di San Francesco. Sempre dalla zona, che all'epoca si denominò Valeria, proveniva la celebre Santa Sabina alla quale sono dedicate la splendida chiesa romanica dell'Aventino a Roma oltre all'antica cattedrale dei Marsi a S. Benedetto (un tempo Marruvio e poi Valeria). Era originario di quelle terre, prossime a Gioia dei Marsi, anche Papa Bonifacio IV divenuto Pontefice nel 608 d.C., che rinsaldò i legami con la Chiesa inglese e trasformà il Pantheon in un edificio religioso per donazione dell'Imperatore Bizantino Foca.
 
Vennero poi i dominatori Longobardi, che crearono la gastaldia di Marsia e i Franchi, che posero il i confine meridionale dell'Impero carolingio proprio a ridosso di Gioia Vecchio, e ai quali si deve la istituzione della famosa ed estesissima Contea dei Berardi, la cui sede primitiva fu, probabilmente proprio Marsia (ex Marruvio e oggi S. Benedetto) allora sede vescovile. La Rocca di Gioia dei Marsi risale all'XI secolo quando, dopo le invasioni degli Ungari e dei Saraceni che devastarono la regione, si senti l'assoluta necessità di abbandonare i borghi, i casali e i villaggi indifesi e accettare la protezione feudale nei castelli tornando, in un certo modo, alle usanze degli antichi Marsi e, spesso, negli stessi luoghi elevati. Sorsero cosi tantissimi manieri di cui è testimonianza nel "Catalogus baronum", redatto nel 11501160 per conto dei sovrani normanni del nuovo regno di Sicilia (e poi di Napoli) in previsione della seconda Crociata, dove risulta che il feudo di Gioia poteva fornire all'armata due militi a cavallo corrispondenti ad una popolazione di 200 abitanti circa. 
 
I castelli della zona di Gioia vecchia tra cui Castuli, Joe (Gioia), Sparnasium (Sperone), Bisegna e Temple erano feudo dei fratelli Simone e Crescenzo Capistrelli che, evidentemente, dominavano tutto il settore tra il lago Fucino e la valle Roveto in quanto erano anche signori di Capistrello e paesi vicini. Solo i castelli di Venere, Aschi e Vico, vicini al lago Fucino e oggi parzialmente inclusi nel comune di Gioia, gravitavano invece direttamente nell'ambito del potente Raynaldo Conte di Celano. Evidentemente, in epoca medievale, come già, sicuramente, ai tempi degli antichi Marsi, vi era una unità di assetto territoriale ed un costante collegamento tra la parte montana dell'attuale Gioia dei Marsi e la valle del Liri.
 
Dove fosse il transito tra i monti, peraltro non elevati, andrebbe verificato sul posto dato che oggi non esiste una strada carrabile, ma i tracciati percorribili a cavallo o a dorso di mulo certo passavano sopra quel complesso montano che, nel tempo, ha cambiato vari nomi (Carbonajo; Labrone, Pietrascritta) e dove, nella mappa stilata dal De Rivellas nel 1735, si puà intravedere un percorso (passo della Trivella?) verso Collelongo, Civita d'Antino, mentre un'altra strada appare più in alto (passo della Fontecchia?) verso Vallelonga e la valle del Liri. Del resto, quando nel XIX secolo fu creata la circoscrizione elettorale di Pescina, tale circoscrizione comprendeva anche Civitella Roveto e perciò doveva esservi una connessione strutturale e logistica con la Marsica orientale tutta da approfondire nelle sue logiche anche economiche e commerciali. Come si è visto prima, al tempo dei Franchi e dei successivi dominatori normanni, svevi e angioini tutta l'organizzazione sociale era basata sui feudi accanto ai quali, però, sorsero gradualmente organismi locali di tipo comunale come le "Università" rette da uno o due Sindaci, un Eletto e dieci Decurioni espressione della comunità locale. 
 
Che cosa accadeva a Gioia dei Marsi in questo contesto? Non sappiamo molto degli ordinamenti comunali in quanto sono introvabili i documenti sulle prime origini dell'Universitas di Gioia che risulta, comunque, già costituita nel XV secolo. Quanto ai feudatari, manca una serie continua di nomi, ma una cosa è certa e cioè che nel 1334 Gioia non era dominio dei conti di Celano, come generalmente si ritiene, ma di un autonomo feudatario, Tommaso di S. Giorgio, che cedette il feudo di Gioia per 2000 ducati d'oro al Monastero di S. Maria della Vittoria di Scurcola, con autorizzazione del re di Napoli Roberto d'Angià, come da atto pubblico registrato il 20 agosto 1334 dal notaio Ricciardo Petri di Napoli del quale esiste una copia fedele eseguita dallo storico abruzzese Ludovico Antinori del XVIII secolo che cosi riferisce: "Nel 1334 Tommaso di S. Giorgio vendette a frate Giovanni di Opino abate del regal Monastero di S. Maria della Vittoria, con assenso del re Roberto, il castello di Gioia co'sui monti di... Templi e Montagnano soggetti a quel castello e colle pertinenze di Castulo in parte. 
 
Si disse situato nella provincia di Apuzzo Ulteriore presso il territorio del castello di Speronasimo, findove si dice la zolla dei Saraceni e presso i territori dei castelli di S. Sebastiano, di Bisegna, di Scanno, di Peschio Serulo cioè fin dove si dice ln mena delle Romane e giusta il territorio del castello di Leccio fin dove si dice Caolmina con tutte le rngioni e beni feudali e non feudali, case, torri, terreni colti ed incolti, selve, monti, molini, acque e loro corsi, padronali di chiave, vassalli coi loro redditi e quant'altro, pel prezzo di duemila ducati d'oro." Nel 1429 l'abate del Monistero della Vittoria Antonio de Cellis, che si intitolò tale per la grazia di Dio e della sede apostolica e che risiedeva in Poggio Filippo, fu richiesto dalla Università del Castello di Gioia a confidare l'istrumento di compra fatta di quel Castello nel 1334 per indagare la verità nella lite di confini che quel Castello aveva con quello di Bisegni per alcuni territori. Pendente la lite avanti ad Andrea di Cassia, Vicario della Contea di Celano aderì all'accordo che se ne facesse un riassunto in pubblica forma." "Da questo momento [1429] appare che il Castello di Gioia non era più nel dominio del Monistero ma divenuto membro della Contea di Celano." "Non è certo quanto tempo fosse posseduto dal Monistero dopo la compra del 1334.
 
Febonio, scrivendo che, per beneplacito di Carlo II, Leonello Accloccianmuro Conte di Celano comperò Gioia pagando il prezzo al Ministero nel 1330, errà doppiamente: e Carlo II era morto fin dal 1309 e il Monistero acquistà Gioia quattro anni dopo del 1330. Forse volle dire 1430, e per beneplacito di Giovanna Il: allora poteva vivere il Leonello. E ricadrebbe a supporre quella compera e quell'aggregazione al Contado di Celano circa il 1429". Chi era questo Tommaso di S. Giorgio? Le ricerche effettuate portano a ritenere che potesse appartenere alla casata dei Conti d'Aquino casata che, agli inizi del XIV secolo dominava, con i Conti Cantelmo, la zona montana dell'Abruzzo sud-orientale. Del resto, come testimonia Benedetto Croce, anche Pescasseroli era, in quei tempi turbolenti, feudo degli Aquino dai quali passà per matrimonio ai Marchesi d'Avalos di Pescara esponenti della nuova aristocrazia aragonese. 
 
Gioia dei Marsi che, nel 1334, era stata acquistata dal Monastero di S. Maria della Vittoria durà poco in tale dominio perché, nella seconda metà del secolo, probabilmente tra il 1360 e il 1370, la Regina di N'ipoli Giovanna I d'Angià la istituì come Contea e la concesse al suo uomo di fiducia il Gran Cancelliere Nicola Spinelli di Giovinazzo. Lo storico Giacinto Romano, che ha dedicato nel  1899-1901 un lungo lavoro di ricerca a questo illustre personaggio del tempo, giurista e diplomatico fiduciario di Giovanna I d'Angià Regina di Napoli, non è riuscito ad individuare Gioia in modo preciso sul territorio, ma rimarca che Nicolà Spinelli possedeva vari feudi tra Marsica, Lazio e Campania lungo i confiini del regno di Napoli, come Pescosolido, Sperone (attuale frazione di Gioia) San Giovanni Incarico e Rocca Guglielma (attualmente Esperia). 
 
Ciò può far pensare alla creazione di una Contea a monte di tutti questi feudi che avesse per centro logistico la rocca di Gioia a quel tempo strategicamente importante. La questione della Contea di Gioia ha talmente appassionato gli storici che, a suo tempo, uno di questi scrisse perfino una breve poesia, riportata dal Romano, nella quale scherza su questa fantastica, secondo lui, Contea priva di "formalizzazione e di registrazione" ma pure esistita in un certo momento della storia. È questa un po' la sintesi di tutte le vicende di Gioia nei secoli incompiuta, nascosta, misteriosa, contestata e spesso devastata ma sempre risorgente. 

È chiaro che, se fu titolare della contea di Gioia, (4) non ebbe certo il tempo di occuparsene a lungo . Comunque un successore di Nicolà, Luca Spinelli, era ancora titolare della contea nel 1413 quando venne perturbato nei suoi possedimenti di Gioia dagli Aquino e dai Cantelmo, tanto che dovette chiedere l'intervento dei Re Ladislao d'Angià Durazzo per essere tutelato. Tutto cià risulta anche dal diario del "Duca della Guardia nella famiglia Spinella" che, secondo quanto riportato dallo storico seicentesco C. De Lollis, cosi raccontava la cronaca dei fatti del tempo: "Essendo Luca Spinelli figliolo di Nicolà Conte di Gioia e Gran Cancelliere del Regno, signor di Rocca Guglielma e della baronia di Giovanni Incarico, era con aspra e scoverta guerra perturbato talmente dal Conte di Loreto di Casa d'Aquino e da Giacomo Cantelmo insieme, uniti contro di lui, che gli fu di mestier ricorrere all'aiuto di Re Ladislao dal quale fu talmente protetto che libero usci da quella si grande molestia e cià avvenne nel 1415". 
 
Tale racconto è ripreso e riportato anche negli scritti dell'accuratissimo storico Colarossi-Mancini (Storia di Scanno) e di Benedetto Croce (Storia del Regno di Napoli e di Pescasseroli) dove appaiono queste parole: "Altri litigi e violenze corsero tra gli Aquino e i Cantelmo il che non tolse che, più tardi, nel 1413, Giacomo Cantelmo andasse con Giacomo d'Aquino a far guerra nei vicini possedimenti del Conte di Gioia Luca Spinelli". La pretesa di Giacomo D'Aquino di impadronirsi di Gioia in conflitto con altri pretendenti era forse londata in quanto, in quegli anni turbolenti di fine secolo XIV, aveva ereditato da Orsolina di Gioia, Contessa di Satriano, prima moglie di suo padre Berardo, il feudo di "joha" come risulta dal Dizionario Geografico Ragionato del Regno di Napoli di Lorenzo Giustiniani ed. 1797 (pag. 174 del vol. V). ('ià dà credibilità all'intera vicenda nonostante le incertezze sulla interpretazione di certi testi derivanti dal fatto che nell'Italia meridionale esistevano ed esistono tutt'oggi più centri con il nome di Gioia, in ,intico denominati promiscuamente Joe, Joha, Joya, Jolia, ecc.
 
Il citato storico Colarossi Mancini a sua volta ricorda una Orsolina Di Gioia (Jolia) il cui cognato Francesco, fratello del Conte Giacomo d'Aquino, sposà una gentildonna Corale Cecca di Celano, il chè, riconduce gli interessi della casata D'Aquino, già in possesso di Pescasseroli e di Scanno, all'intera area Marsicana nei primi anni del 1400. La reggenza del Regno di Napoli da parte di Nicolà Spinelli conte di Gioia è, infine, documentata dallo storico Edmond Labande che, nel libro "Rinaldo Orsini, Conte di Tagliacozzo" ne dà precisa notizia: "Luigi I fece ancora più per Rinaldo Orsini. Quando, il 20 settembre (1384) a Bari, egli si senti morire aggiunse al suo testamento un ultimo codicillo nel quale si esprimeva in questi termini: "Poiché noi desideriamo ardentissimamente, fino a che il Nostro figlio primogenito Luigi, Duca di Calabria, erede del Nostro trono, abbia raggiunto i sedici anni di età, che il Nostro regno sia saggiamente governato, Noi abbiamo designato i principi e gentiluomini qui sotto nominati, dei quali Noi conosciamo per esperienza la clamorosa devozione e fedeltà certa, cioè:
 
Venceslao da San Severino, duca di Venosa, 
conte di Chiaromonte e di Tricarico, 
signore delle contee di Corigliano e di Altomonte; 
Louis d'Enghien, signore d'Enghien e conte di Conversano; 
Ugo da San Severino, conte di Potenza e del Nostro regno di Sicilia logoteta e protonotaio; Onorato, conte di Fondi;
Raymond d'Agout, conte di Gerace, signore di Sault, 
grande cameriere del regno di Sicilia;
Rinaldo Orsini, conte di Tagliacozzo; 
Tommaso da San Severino, conte di Montescaglioso; 
Georges di Marle, maggiordomo di N.S. il Papa e Nostro ciambellano; 
Raimondo del Balzo Orsini;
Niccolà Spinelli, conte di Gioia, cancelliere del Regno di Sicilia;
Niccolà da San Framondo, conte di Cerreto;
Francesco da San Severino;
Pierre de Bueil, cavaliere, maresciallo dei Nostri eserciti". 
 
Cosa fecero per Gioia i feudatari del XIV secolo? Poco se ne ha conoscenza e si possono fare solo ipotesi. È potabilissimo che abbiano realizzato la chiesa cosiddetta gotica di Gioia Vecchio oggi scomparsa, particolarmente raffinata e fortificata, avendo un campanile merlato come una torre di guardia, chiesa della quale abbiamo un'interessante descrizione nel libro "Altipiani d'Abruzzo" di Emidio Agostinone che visitò il paese nel 1911/12 e che annotò la data di costruzione della chiesa stessa (1369) scolpita sul campanile dove era presente anche uno stemma.
 
L'Agostinone descrive la chiesa in questi termini: "Ma chi vuole avere la sensazione più crudele dell'abbandono deve allontanarsi dalla piazzuola avanti la chiesa maggiore, deve scendere in una di quelle viuzze ripide, incontrare la chiesetta gotica tutta struita di bianchissima pietra da taglio. Povero delicato gioiello! Sembra che la pietra abbia perduta ogni durezza, ogni resistenza. Le mura sono gonfie, il leggiadro campanile si sgretola, gli spigoli si fendono... I travi che lo puntellano tutto da ogni lato, mal sopportano i vari sforzi divergenti della costruzione secolare che s'accascia. Rare volte provai tanta pietà per un monumento che muore! Già è cosi difficile trovare in Abruzzo una costruzione antica completa: e quando se ne vede una, anche se malconcia, si prova un piacere che rasenta quasi la consolazione.
 
Da noi abbondano intatte specialmente le facciate, e curate in particolar modo sono le porte. Una chiesetta tutta costruita con la medesima pietra, col suo campanile quadro tutto merlato come una torre, con le sue finestre gotiche binate e sorrette da colonnine sottili, con la sua porta coronata dall'arco acuto lieto di foglie d'acanto e dal dipinto cinquecentesco che minaccia di svanire - è cosa più rara. In una pietra del campanile, mozzato all'altezza delle campane, incastrata nel muro rivolto a nord, si legge la data in caratteri gotici - 1369. Poco lontano sporge in rilievo un mascherone e poi un aquilotto. Che sia quest'ultimo un segno gentilizio del feudatario che ordinò l'opera insigne? Certo la graziosa costruzione ha una grande importanza, non solo per la sua bellezza, ma perché segna l'ultimo confine della diffusione sistematica di uno stile in Abruzzo.
 
In tutta la valle del Fucino noi vedemmo infatti predominare le forme romaniche, cosi abbondanti e cosi originali da generare in me ed in qualche altro l'ipotesi che un primo rinascimento, contemporaneo a quello toscano, fiorisse per merito di artisti locali, nella nostra regione. Il gotico in tutti gl'insigni monumenti che arricchivano le sponde del lago, appare assai di rado e molto timidamente, specie in qualche restauro e in qualche rifacimento. Se ne togliamo il cortile al Castello di Celano, la facciata della chiesa maggiore di Magliano e qualche porta solitaria, l'arco e la caratteristica decorazione romanica imperano assoluti in tutte le altre costruzioni ragguardevoli. Invece il gotico accompagna il Sangro fino alle sorgenti.
 
In tutta l'alta valle di questo limpido e sonoro fiume non v'è altro stile che accenni a contrastargli il primato. Sembra quasi che Gioja non segni soltanto il culmine di spartiacque, ma anche l'estremo limite di due forme architettoniche e di due stili fondamentali. Certo mentre la valle fucense subiva l'influenza di Roma, quella più ristretta del Sangro assorbiva le forme diffuse nell'Italia meridionale dai Normanni, dagli Svevi e dagli Angioini; e cosi lo stile eminentemente nordico trionfa nelle gole delle montagne meridionali a dispetto del romanico che abbonda in ogni altra regione del centro". Oltre alla chiesa che si veniva ad aggiungere alla principale chiesa madre (S. Maria Nuova) probabilmente divenuta insufficiente per quell'aumento della popolazione che sempre segue un maggior benessere economico, si può ipotizzare che i conti Spinelli abbiano attivato o valorizzato l'attività pastorizia dei Gioiesi verso i pascoli pugliesi dato che gli stessi Spinelli erano oriundi di Giovinazzo in Puglia. Questa attività pastorale, all'epoca definita come un'industria, divenne, nel tempo, cosi rilevante da portare alcune famiglie di "locati" gioiesi ad essere protagonisti dell'economia e dell'evoluzione civile della Capitanata foggiana nonché di molti centri situati nell'Abruzzo meridionale lungo i percorsi tratturali come è testimoniato da una vasta documentazione. 
 
Ma questi sono sviluppi lontani alcuni secoli dall'epoca della contea di Gioia sulla cui ipotetica esistenza passata è comunque più difficile sostenere la tesi negativa che quella positiva in base agli indizi e alle prove esistenti. Il feudo o contea fu, comunque, poi donato da Re Ferrante d'Aragona ai Duchi Piccolomini nella seconda metà del XV secolo, ma questa è ormai storia dell'evo moderno e spetta ad altri raccontarla.
  
NOTE
 

(4) - Analoga situazione si determinà per la Contea di Celano, formalmente assegnata dalla Regina di Napoli Giovanna I d'Angià, nel 1367, a Giovanni Acuto (John Hawkwood, capitano di ventura inglese) il quale non se ne occupà minimamente tanto che il conte Ruggero, erede della spodestata ;casata degli Artois, continuà a governare il territorio (C. Blasetti "Castelli e Abbazie dell'Abruzzo feudale"). 

Gioia dei Marsi ieri e oggi
 

 
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