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I Marsi e Gioia dei Marsi
Testi a cura di Sergio Aramini

L'antico popolo dei Marsi non era altro che una piccola comunità, una "touta", caratterizzatasi compiutamente, con una precisa identità, tra il VI e il V secolo a. C. e distintasi dalle altre genti della stessa origine etnica per il culto del Dio Marte (Ares in greco), del quale infatti sono state trovate molte statuette votive in bronzo. Marte era una delle principali divinità del tempo ed anche i Romani ne condividevano il culto, tanto che la leggenda tramanda che Romolo fu generato da un incontro tra Marte e Rea Silvia. 
 
Il Marte adorato da questi popoli non era solo il dio della guerra, come l'Ares greco, ma per gli italici rappresentava molto di più. Era l'inizio della vita, il risorgere della natura a primavera nel mese di "marzo" e molte altre cose ancora. I Marsi facevano parte ed erano alle radici della famiglia etnica sabellica alla quale appartenevano anche molte altre comunità dell'Italia centro-meridionale: dai Vestini, ai Peligni, ai Sanniti, ai Picenti, ai Marrucini, ai Pentri, ai Frentani ecc. Si tratta di popolazioni cosiddette italiche, parlanti dialetti della lingua osco-umbra, lingua affine alla latina e oggi abbastanza conosciuta, soprattutto per merito delle "tavole eugubine" che hanno permesso una parziale interpretazione delle iscrizioni qua e là trovate nell'area geografica centrale.
 
L'analisi dell'elemento linguistico attesta, secondo i filologi, che l'osco-umbro-sabellico, cosi come il latino, contiene sia elementi delle lingue indoeuropee sia elementi autoctoni. Cià lascia pensare a un decisivo influsso delle popolazioni neolitiche e paleolitiche di razza mediterranea che hanno preceduto o si sono interposte tra le ricorrenti invasioni ariane (indoeuropee o caucasiane) provenienti dall'Europa centrorientale. I "Safini", dalla cui frammentazione derivano i Marsi, emergono dalla preistoria nel passaggio tra l'età del bronzo e l'età del ferro, intorno al 1000 a. C., cosi come i Latini che forse li precedettero.
 
La loro cultura fiorì inizialmente in tre aree base e cioé il Reatino, l'Aquilano e il Fucino. Poi, seguendo il rito delle "primavere sacre" e cioé con l'allontanamento sistematico della parte esuberante delle nuove generazioni, crearono nuovi insediamenti a largo raggio con punte fino al Piceno e alla Romagna a nord, alla Campania e alla Calabria a sud, ma soprattutto in Abruzzo e Molise, dove si formarono i tanti Stati italici sempre tra loro alleati fino alla guerra sociale del 90 a. C. capitanata dal marso Pompedio Silone e dal sannita Caio Papio Mutilio.
 
Secondo gli storici, i "Safini" sarebbero popoli frutto di fusioni tra stirpi immigrate nel II millennio a. C. dal nord-est e anche dal mare, le più antiche delle quali, sempre di razza indoeuropea, venivano definite anticamente aborigene non perché originarie del posto, ma perché, essendo stanziate da tempo immemorabile, avevano dimenticato le loro radici lontane. Gli "Aborigeni", detti anche Casci, si sarebbero fusi con altri invasori imbevuti di civiltà greco-egea, i mitici Pelasgi, il cui nome verrebbe da Peleshet (esiliati), provenienti originariamente dal sud ovest della Bactriana (Himalaya), zona dove sono anche state recentemente trovate, da ricercatori delle università d i Bonn e di Berlino, tracce di guerrieri del 1500 a. C. con ceramiche e armi a decorazione geometrica e con motivi ornamentali a svastica simili a quelle in uso più tardo nelle popolazioni latine e in quelle sabine del Fucino e che sembrerebbero caratteristiche degli indoeuropei. 
 
Queste popolazioni avevano culture simili, ma sicuramente la più progredita era quella dei Pelasgi che, prima di penetrare in Italia, avevano attraversato, con lunghe soste"', il mondo greco-miceneo acquisendone molti elementi; le stesse avrebbero, integrandosi, costituito la famiglia etnica sabina, detta anche dei sacrani-safini per il loro culto dei riti sacri tra cui le "primavere sacre" base della loro espansione. I Marsi, stanziati intorno al bacino dell'ex lago Fucino, sono considerati dalla tradizione e dalle leggende, convalidate in parte anche dagli storici, una delle più importanti comunità ("toute") sabine per prestigio e capacità guerriere, tanto che le assemblee della Federazione creatasi fra le varie "toute" dei Vestini, Peligni, Frentani, Sanniti, ecc si tenevano a Marruvio, capitale dei Marsi stessi. 
 
Questo secondo la tradizione, anche se, a parere dei moderni archeologi, Marruvio è città del I secolo a.C. e non antichissima e non è chiaro percià dove si potevano tenere queste assemblee nell'antichità più remota. Secondo una mappa stilata dallo storico Muzio Febonio l'antica Marruvio era situata in prossimità di Ortucchio e non nell'attuale località di San Benedetto, dove si trovano i ruderi di epoca romana, ma il tutto è molto incerto. Cià che appare sicuro, in base agli scavi archeologici, è che la Marsica fucense fu area sviluppatissima già dal 1500 a.C. nell'artigianato del bronzo e del ferro con grande produzione di armi, tipica espressione di una società guerriera.
 
Lo stesso nome di "Safini" deriverebbe da lancia o spada, simbolo sempre presente nelle tombe trovate ovunque vi siano stati abitatori di questa stirpe. Secondo la tradizione riportata dagli studiosi ottocenteschi Alessandro Brisse e Leone De Rotrou, i Safini della Marsica si imposero, in un'epoca non precisata ma certo molto antica, nella regione degli Equi, dei Volsci e degli Ernici (che sarebbero stati di razza iberica e non sabina) e costruirono centri fortificati in altura con mura megalitiche, allo scopo di imporsi e anche difendersi, in qualità di dominatori, dai popoli sottomessi, ma ribelli. Percià la stessa Alba Fucente e forse anche Alatri sarebbero state fortificate dai Safini-Marsi e poi riconquistate da Equi, Volsci ed Ernici contro i quali vi sarebbe sviluppato un continuo conflitto secolare.
 
Così si spiegherebbe la diffusa presenza di strutture fortificate in tutta la Marsica e regioni vicine come il Cicolano e la Valle dell'Aniene. Sempre secondo queste tradizioni storiche, la Marsica antica era molto più ristretta rispetto a quella attuale. Il vecchio confine verso gli Equi era a Luco dei Marsi (Angizia) e a l'aterno, attuale sobborgo tra Avezzano e Celano, mentre l'odierna città di Avezzano era zona neutra con un tempio dedicato a Giano. Gli Equi possedevano Alba Fucens, capitale, i Piani Palentini ed il Cicolano, Carsoli ed il territorio vcrso il Lazio fino a Tivoli. Caratteristiche dei "Safini" e dei Marsi, che ne erano considerati i principali esponenti, furono la presenza di guerrieri mercenari"', di un'agricoltura diffusa più che la pastorizia, di una metallurgia raffinata (con miniere di rame, ferro e stagno a disposizione) con le principali deità rappresentate da Marte, Vesta, Angizia, Giano ed il culto di Ercole, con ordinamenti prima monarchici, in parallelo con Roma fino al 500 a.C. (Raki = Re e Nerf = Principi), e poi con ordinamenti repubblicani con Meddices elettivi (magistrati pubblici annualie) leghe del tipo di quella latina.
 
Come fossero fisicamente questi popoli si puà solo dedurre dalle pochissime statue e stele trovate in tvmpi recenti e dai corredi funerari sulla base dei quali sono state ricostruite le caratteristiche dell'abbigliamento. Le immagini più rappresentative e cioé il guerriero di Capestrano e la donna, le cui vesti sono state ricostruite in base al corredo funerario trovato a Loreto Aprutino, dimostrano una tipologia umana molto forte (ecco il culto di Ercole) con abiti del tutto particolari e non assimilabili a quelli greco-romani ed etruschi.
 
Altrettanto dicasi per i costumi e la gioielleria femminile estremamente diversa dai modelli latino-etruschi e piuttosto richiamanti monili indo-asiatici. I dischi-corazza di 20-23 cm. di diametro erano parte fondamentale dell'abbigliamento del guerriero importante (Re o eroe) indicante prestigio più che essere una difesa. Tipico è quello del guerriero di Capestrano che ne porta uno al centro del petto e uno sulla schiena, sorretti da cinghie di cuoio. La raffinatezza del disegno ornamentale, comune agli oltre 150 esemplari di disco-corazza scoperti anche all'estero fino a Nizza e a Cartagine in tombe di mercenari sabini, indica una società progredita sia sul piano tecnico metallurgico sia sul piano artistico. 
 
Dove abitavano gli antichi Marsi? Prevalentemente nella zona sud orientale del bacino dell'ex lago Fucino in alture generalmente superiori ai 900 -1000 metri. A Gioia dei Marsi sono stati recentemente censiti undici siti archeologici, di cui tre necropoli, e numerosi siti sono emersi a Lecce nei Marsi, Ortucchio, Campolongo (Amplero) e in altri paesi confinanti con Gioia, per cui è certo che la zona era di pieno popolamento fin da epoca antichissima: per Ortucchio si arriva all'età della pietra, con insediamenti nelle grotte, e per Gioia al IX secolo a.C. Uno degli insediamenti più antichi è stato individuato dall'archeologo Giuseppe Grossi nel territorio di Casali di Aschi, oggi facente parte del comune di Gioia dei Marsi, in località San Nicola al confine con Aschi e Venere e molto prossimo all'antica Marruvio. 
 
L'insediamento appare come una città primitiva articolata su tre "ocres", centri fortificati con mura di pietrame rafforzate da palizzate in legno, intorno ad un piccolo altipiano a 900 metri di altitudine circa. Sono state trovate tracce di ceramica e armi tra cui la parte centrale di uno scudo molto interessante, scoperto in località "Castelluccia" situata tra Gioia, Sperone e Gioia Vecchio, cosi come parti di abbigliamento maschile conservati nei musei archeologici di Chieti e Celano. Varie "ocres" e santuari erano nella zona vicina alla torre di Sperone e intorno a Gioia Vecchio la cui antica rocca medievale era stata costruita sopra un centro fortificato dei Marsi, secondo l'opinione dell'archeologo Antonio De Nino, inoltre non è da escludersi l'altipiano di Templo, considerato il particolare toponimo della zona che inviterebbe a una ricerca per individuare altre vestigia marse.
 
Al riguardo è di interesse quanto scrisse lo storico del XIX secolo Andrea Di Pietro che ritenne di individuare un Castello marso dal nome simile a Gioia, presso una miniera di ferro (oggi Ferriera?) vicino a Bisegna, a poca distanza dall'altopiano di Templo lungo il corso del fiume Giovenco che ha le sue origini dall'altopiano stesso. Sul posto esisteva anche una chiesetta medioevale dedicata a S. Tomasso, già diruta nel XVI secolo secondo una relazione del Vescovo dei Marsi, Monsignor Colli del 1585. Se fosse vero, come sembra, che è esistita una comunità marsa dove la situa il Di Pietro, in una zona ricca di ferro (la citata miniera era stata attiva fino a metà del XIX secolo) e forse di oro (il tratto iniziale del fiume Giovenco è definito con il nome Aureo in una mappa dello storico seicentesco Muzio Fabrizio, cià potrebbe chierire le logiche socioeconomiche dell'insediamento marso nell'ambito dei monti di Gioia. Tale insediamento potrebbe essere stato seguito da uno spostamento della comunità dalla valle del Giovenco alla "ocre" situata a Gioia Vecchio dove poi sorse la rocca medioevale e si congiunsero le popolazioni di altri villaggi dell'altipiano di Templo comprese tra le sorgenti del fiume Sangro e del Giovenco.
 
Il Di Pietro, inoltre, sosteneva che il castello marso in questione, che lui chiama di Loe, coincidesse con quello medioevale di Soe, citato nel Catalogus Baronus normanno del 1150, castello, peraltro, identificato in Gioia Vecchio dell'autorevole studiosa inglese Evelyn Jamisore che analizzò e commentò il testo in questione. È evidente, comunque, che Loe, Soe e Joe (Gioia) sono tutte letture diverse della stessa parola, forse riferita a Giove, che è anche alla base della denominazione del fiume Giovenco fondamentale alimentare dell'ex lago Fucino, al centro della civiltà e della cultura del Marsi. Alcuni altri centri fortificati, non ancora esattamente individuati esistevano nel territorio di Gioia dei Marsi perché ne danno notizia sia il De Nino sia l'archeologo francese M. Emmanuel Fernique che segnò anche su una mappa, una cinta circolare di mura ciclopiche, a suo dire collocate, sul colle San Vincenzo. 
 
Al riguardo è di interesse una fotografia scattata a fine '800 o primi anni del '900, epoca in cui operava-, no i due archeologi citati, dalla quale foto risulta un gruppo di gitanti gioiesi, con fucili da caccia, addossati a pietre gigantesche che sembrano essere proprie di mura ciclopiche sulle quali sono evidenti tracce di possibili iscrizioni primitive. Dalla necropoli di Alto le Ripe sono stati scavati notevoli reperti tra cui, presumibilmente, il disco corazza, di grande pregio per la raffinata lavorazione, conservato al museo Pigorini di Roma. 
 
A Gioia fu trovata, in passato, e sempre nella zona di Casali d'Aschi, un'iscrizione in lingua osca, oggi scomparsa, o almeno non più individuata dai moderni archeologi, ma che fu vista dallo storico della Marsica Andrea Di Pietro che ne tratta esplicitamente in una sua pubblicazione. I siti archeologici di Gioia dei Marsi sono stati segnalati dall'archeologo Giuseppe Grossi nelle seguenti località con toponimi antichi che a volte non corrispondono a quelli attuali. Tali siti, comunque, con un'accurata esplorazione del territorio, potrebbero essere agevolmente individuati, fotografati, analizzati e protetti: Necropoli: S. Veneziano, Alto le Ripe e Piano di S. Nicola Ocres: Vallo di S. Nicola, Castelluccio 1 e Castelluccio 2, Colle delle Cerese (o Protole), Colle della Croce, Gioia Vecchia, Colle Bernardo-Civita delle Bianche, Colle Arienzo-Sauco di Sperone. 
 
Altri siti citati da A. de Nino nei suoi scritti del 1885-1906 e che possono in parte coincidere con i precedenti sono: La Civita (La fossara), Le Bianche (Biferno), L'Antera, Colle della Guardiola, Tricaglie (Colle S. Martino), la Castelluccia (Giurlanda). I Marsi, come si è detto in precedenza, erano Safini e, come caratteristico di questa stirpe, essenzialmente guerrieri e poi mercenari ed infatti le loro tombe conservano esclusivamente aspetti legati all'attività bellica e cioé le armi e soprattutto i piccoli dischi corazza in bronzo che erano la parte principale della loro veste, indice di coraggio e temerarietà.
 
Poichè nelle tombe non vengono mai conservati gli scudi, il ritrovamento di quello di Gioia dei Marsi appare preziosissimo e raro, tanto più che è di epoca arcaica, come afferma l'archeologo Giuseppe Grossi che lo attribuisce alla fine dell'VIII secolo a.C. L'antichità dei reperti archeologici è fondamentale per ricostruire l'identità e le autentiche radici del popolo marso, e dei Safini in genere, non potendosi fare valido riferimento all'elemento filologico come si sperava in passato. Inoltre dai resti delle città marse (di cui vi è qualche traccia come a Marruvio ed Angizia) non appare nulla di originale rispetto al mondo romano. Unica caratteristica tipica dei Marsi e dei Safini sono le armi, i costumi, le fibule, le mura ciclopiche e le poche immagini statuarie di uomini, donne e deità. Peraltro anche la decorazione delle armi e le caratteristiche dell'abbigliamento di questi popoli denota fin dal V secolo a.C. l'influenza di modelli greci ed etruschi. 
 
Solo nei reperti più arcaici, in cui vigeva un ordinamento tribale con re (Raki) e principi (Nerf) locali, si puà individuare una vera personalità e specificità dei Marsi e dei Safini in genere. Tipica al riguardo è la già citata statua del guerriero di Capestrano trovata a 50 Km. circa da Gioia, in territorio dei Vestini, e precisamente attribuita ad un Re in base alla scritta sul margine della statua che cosi si traduce "questa bella immagine fece Aninis per Re Pompedio" statua risalente al VI secolo e raffigurante un uomo gigantesco con tipico disco-corazza nell'abbigliamento"'. Tipici sono anche l'ornamento ed il costume della donna trovata in una tomba di Loreto Aprutino risalente sempre al VI secolo.
 
Qui siamo di fronte a caratteristiche proprie della civiltà italica senza influenze di modelli esterni e cioé siamo in presenza di una civiltà matura contestuale a quella etrusca e a quella romana in condizioni di parità e non di sudditanza culturale, anche se qualche motivo ornamentale può essere stato ispirato da modelli etruschi secondo gli archeologi attuali. In questo contesto è importante individuare l'esatta riferibilità nel tempo dei reperti trovati a Gioia dei Marsi perché se, come sembra, fossero molto arcaici e, forse, precedenti il VIII secolo a.C. potrebbero fornire un'interessante testimonianza sullo sviluppo della civiltà dei Marsi e della sua peculiarità e, perciò, dare un effettivo contributo alla conoscenza storica della sub regione marsicana. 
 
Altra questione da approfondire sarebbe quella della esatta individuazione delle mura ciclopiche esistenti anche in territorio di Gioia dei Marsi e dell'epoca della loro costruzione per comprendere quale necessità bellica abbia prodotto tali opere, con sforzi enormi per chi le edificò, e valutare l'attendibilità delle ipotesi alternative di conflitti dei Marsi contro e gli Equi, i Volsci e gli Ernici) ovvero di apprestamenti difensivi contro i Romani, o di lotte tra Re e Principi locali. Occorre, dunque, continuare ad approfondire lo studio archeologico della zona perché lo scopo delle ricerche è quello di comprendere le origini dell'uomo, la sua cultura e le sue caratteristiche genetiche nonché gli stati di sviluppo e di civilizzazione. La conoscenza progredisce sempre e corregge i suoi errori passati.
 
NOTE

(1) - Un riferimento alle antiche migrazioni potrebbe rinvenirsi nella civiltà degli Hittiti, evoluta civiltà del ferro, una divinità dei quali è rappresentata in una statua risalente al XIV-XII secolo a.C. con una immagine simile a quella dei guerrieri safini con una corta spada in evidenza sul petto e con piccoli dischi corazza. (Museo di Ankara) 
  
(2) "Nessuno trionfà mai né contro i Marsi né senza i Marsi." (Appiano - Storico greco) 
 
(3) - I nome Aninus (derivante da Aninis P) è presente in più iscrizioni trovate intorno al Fucino e, in particolare, a Lecce dei Marsi. (E. Fernique "La regina dei Marsi ") 

 
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